Primavera, tempo di notturne…
21 Aprile ’16 Consonno

24 Maggio ’16 Cornizzolo

07 Giugno ’16 Valcava

Primavera, tempo di notturne…
21 Aprile ’16 Consonno

24 Maggio ’16 Cornizzolo

07 Giugno ’16 Valcava


Con una serie di sensazioni negative che mi perseguitano da inizio anno, e la pessima uscita alla Martesana Van Vlaanderen di sabato scorso, ho rischiato di entrare in un vortice di brutti pensieri che stava per intaccare il mio Credo per le biciclette.
Per questo, ma anche per onorare l’ormai tradizionale uscita mensile infrasettimanale, ho deciso di approfondire ancora una volta cosa mi stesse accadendo, un ulteriore riscontro sulla mia condizione fisico/mentale.
Il percorso era abbastanza semplice, raggiunto Lecco avrei costeggiato il Lago sino a Bellagio. Da qui traghetto su Menaggio e poi tre alternative, verso Como se fossi arrivato a Bellagio già in riserva, su Porlezza per il giro del lago di Lugano, o verso Argegno per risalire prima la Val d’Intelvi e poi giù in Val Mara a salutare Giovanni.
Giovanni, avvisato del mio passaggio, ha pensato bene di aggregarsi proponendomi un programma che non si poteva rifiutare, punto d’incontro Cernobbio per poi entrare in Svizzera e puntare salite e salitelle sparse nella terra di mezzo tra Canton Ticino e varesotto, un giro a petali, dove ogni singolo petalo rappresentava una salita, con la possibilità, se solo ci fossimo trovati in un impasse, di evitarne uno o più senza compromettere il giro.
Alle 8:30 siamo seduti in un Caffè nei pressi dell’Aero Club Como, io in bici da Cusano, Giovanni grazie al passaggio delle Ferrovie svizzere.
Due chiacchiere ma poi via in sella per l’avventura di oggi. Prima rampa di giornata a Pobbia direzione Novazzano, un chilometro e mezzo per scaldare la gamba dopo la colazione. Discesa e breve piano sino a Rancate dove inizia la salita verso Meride, piccolo paesino adagiato sull’altopiano ai piedi del Monte S.Giorgio, massiccio che obbliga il lago di Lugano a disegnare i due rami d’acqua, un lato ad oriente verso Riva San Vitale, e l’altro alla sua sinistra, dove si affaccia Porto Ceresio.


Anche se la giornata fatica ad aprirsi, il clima più che mite fa si che si pedali senza soffrire il freddo, anzi, era meglio presentarsi con qualcosa di più leggero, siamo ormai nel pieno della primavera e se anche dovessimo salire di quota non credo che le temperature si irrigidiscano più di tanto.

A Meride pausa caffè, la piccola piazzetta circondata da case in sassi ci convince che una sosta qui è un piacere anche per gli occhi, non solo per le gambe…
Rientrati in Italia dalla Dogana di Saltrio, recuperiamo il Lago a Porto Ceresio per pedalare al suo fianco sino a raggiungere Ponte Tresa, sede del nostro ristoro. Mancano alcuni minuti a mezzogiorno, decidiamo comunque di fermarci e mettere qualcosa sotto i denti, non vogliamo soffrire la fame durante l’ascesa verso Alto Malcantore, 13 chilometri di salita con 550 mds. Un paio di panini, una birra solo l’ideale, il caffè e poi di nuovo in sella per rientrare in Ticino.
All’attacco della salita, appena sotto il comune di Pura, il Sole rompe gli indugi e si affaccia deciso sopra di noi. Per quanto mi riguarda sono piacevolmente sorpreso da come girano le gambe, non so bene cosa stia accadendo, se la giornata particolare, la compagnia, il percorso, oppure il gran telaio che oggi mi accompagna … sta di fatto che più pedalo, più prende forza l’idea di chiudere il giro in sella a questo cavallo di razza, anche se questo significherebbe sfiorare i 200 chilometri e condividere gli ultimi 40 km con un traffico di pendolari ignoranti ed irrispettosi dei ciclisti… ma se la situazione è questa, ben vengano gli ingorghi sulla via di casa!
La salita per Alto Malcantone mi ricorda i tapponi del Tour de France, salite infinite con pendenze mai proibitive, adatte a bestioni come noi. Ci sono pochi tornanti, forse un paio, il resto dell’ascesa si sviluppa sul fianco del Monte Lema, sfiorando i paesi di Curio, Miglieglia, Breno, Fescoggia, sino al GPM di Alto Malcantone.


Il passo è costante, lontani dalle auto, ci godiamo appieno il paesaggio boschivo che ci circonda. Arrivati ad Arosio, pit-stop alla fontana al lato della strada per rabbocco della borraccia e per prepararci ad uno dei tratti più incredibili che abbia mai percorso, 20 tornanti in meno di 2 chilometri, uno spettacolo, soprattutto se affrontati in discesa come stiamo per fare noi oggi. Le foto qui sono d’obbligo, a turno scegliamo l’angolo più opportuno per immortalare il passaggio dell’altro nel modo migliore, un set naturale per un servizio super!



Finito, purtroppo, questo vero e proprio cavatappi, sostiamo un paio di minuti a lato strada per decidere il da farsi, a sinistra per l’ultimo petalo, oppure a destra per avvicinarci a Lugano e poi seguire la via verso casa?
L’idea di affrontare ancora una salita è in parte respinta dall’adrenalina ancora in circolo per questa discesa dai mille tornanti, pensare di non trovare qualcosa di pari o meglio di fatto condanna l’ultimo petalo a rimanere sulla carta… meglio girare le bici direzione casa e rimandare l’appuntamento con l’ultima salita alla prima occasione che si presenterà, quando, magari, oltre all’ultimo anello di questo giro, si vorrà affrontare questi incredibili tornanti in senso opposto.


Dopo il passaggio obbligato per Lugano, gli ultimi chilometri verso Maroggia sono in totale relax. Giovanni insiste per accompagnarmi a casa in auto, io sono sempre più convinto che ho nelle gambe questi sessanta chilometri per rientrare a Cusano. E così faccio, convinco il Socio a lasciarmi andare solo, con la promessa che se mi fossi trovato in difficoltà avrei chiamato o avrei preso il primo treno diretto a Milano.
Durante la discesa verso Chiasso decido di rientrare da Cantù anziché da Tavernerio, è parecchio che non passo da quelle parti. Pur avendo qualche timore per il caos che incontrerò sulla salita della Napoleona e nel primo tratto della Canturina, sarò però nella giusta direzione per far visita a Doriano. Voglio passare dal quartier generale Bixxis per due motivi, il primo; rispettare la promessa di mostrare loro la bici montata, secondo; chiedere conferma se le grandiose sensazioni di oggi sono provocate dal “telaio su misura”, per me un’esperienza nuova dopo anni di adattamento.
Prima però devo arrivare a Seregno… una volta rientrato in Italia, dal valico di Maslianico, ho a che fare con un traffico delirante di auto, mezzi pesanti e pendolari di vario tipo, si rischia qualcosa di troppo nel condividere la strada con questi pazzi, soprattutto dopo una giornata sulle strade svizzere dove il rispetto per le due ruote è al primo posto nelle priorità degli automobilisti… in poche centinaia di metri, due Mondi opposti!
Passato il centro di Como rimanendo in scia di un Bus per sfruttarne la prepotenza, risalendo la Napoleona sul marciapiede per salvare la pelle, raggiungendo Cantù rasando il ciglio per non farmi buttare nel fosso, riesco finalmente a conquistare Seregno, giusto in tempo per scambiare due chiacchiere con Doriano. Non rimango molto in sua compagnia, inizia ad essere tardi, ci diamo appuntamento per un caffè e riparto con in tasca molte più certezze di quelle che avevo questa mattina.

Il morale è alle stelle, il traffico mi perseguita ma sono troppo forte per scendere a compromessi con questi sfigati. Ultimo chilometro a chiodo come omaggio a questa giornata di riscatto.
Chiudo con quasi 200 chilometri e 2000 metri di dislivello… che faccio riparto?! Ho ancora un paio d’ore di luce!
foto @Granciclismo @MaxBigandrews

Cosa? Telai da corsa
Come? Su misura, sartoriali, unici.
Materiale? Acciaio, ma anche Titanio
Dove? Seregno
Perché? Beh, ognuno di noi ha un suo perché …
Gennaio 2016, SMS: Ciao Doriano, quand’è che mi prendi le misure per la mia Bixxis?
Questo in sostanza è l’atto finale, quello che è accaduto prima ha un inizio ben preciso, Luglio 1994.
Nel piccolo negozio di via Sormani a Cusano, esposta in vetrina una bicicletta da corsa in Titanio, una di quelle utilizzate dalla Gewiss nel trionfale Giro d’Italia del 1994. A quel tempo non capivo molto di biciclette, ma quella visione fu una folgorazione per le De Rosa, in particolare per il Titanio, “creature” dal colore unico e dalle forme perfette.
Da allora di biciclette sotto le chiappe ne ho messe tante, la maggior parte usate un paio di volte e subito vendute, tutte occasioni, tutte usate e tutte incredibilmente della taglia sbagliata. Sono passato dalla 56 alla 63 senza grossi problemi, la cosa importate era iniziare un progetto e portarlo a termine, ed una volta provata in strada, venderla al miglior offerente per buttarsi in una nuova avventura, su una nuova bici.
Conobbi Doriano in occasione di uno dei miei progetti, quando decisi di recuperare ed assemblare uno dei primi Titanio mai costruiti dai De Rosa. La ricerca fu snervante, ma l’esito fu eccellente.
Grazie a un grande appassionato di biciclette che risponde al nome di Marco, titolare del negozio Cicli-Balduzzi in Bolzano, recuperai uno dei primi titanio saldati dal Signor Ugo in persona. Con l’aiuto della Signora Mariuccia (moglie di Ugo), riuscii ad organizzare la spedizione del telaio direttamente in ditta De Rosa, questo per minimizzare il pericolo di una rottura durante il trasporto. Arrivato a Cusano, lo mostrai subito a Doriano per carpirne i segreti e la storia.

Quell’incontro fu il primo di una lunga serie, il più delle volte davanti ad un caffè corretto sigaretta, minuti rubati ai “suoi” telai ed alle interminabili giornate passate in officina, per Lui rispettare i tempi di consegna significa rispettare il cliente, il resto non conta, anche se costretti a lavorare sino a notte tarda o in pieno agosto (posso testimoniare).
I suoi telai sono apprezzati in tutto il Mondo, pur di nicchia, acciaio e titanio ricevono sempre più il consenso del pubblico. L’idea di mantenere e sviluppare una produzione “tradizionale”, alternativa ad un mercato fortemente influenzato dalle grandi multinazionali, spinge Doriano a fare il grande passo, scommette su se stesso e su Martina per realizzare prima un sogno, e poi un progetto industriale.
Nel 2015 qualcosa di nuovo nasce dall’anima di Doriano, arriva BIXXIS, Biciclette Italiane per il Ventunesimo Secolo.
Strappare il ciclista da questo “Matrix di carbonio”, trasformarlo da consumatore ad appassionato sono, a mio modo di vedere, obbiettivi che due tipi come Martina e Doriano possono tranquillamente raggiungere, il made in Italy reale, la produzione di telai di altissima qualità sono nel DNA di Doriano da sempre, da quando iniziò a frequentare la bottega del padre a Palazzolo.
Oggi, a distanza di un anno, al NAHBS (North American Handmade Bicycle), la tana dei telaisti del Nord America, Bixxis riceve il premio come “Best Campagnolo-Equipped Bike category in the NAHBS Awards”, in altre parole: “attenzione, sono tornato! (molto più determinato di prima!) “
Potevo non essere uno dei fortunati a “pedalare” su una Bixxis?
Il primo sabato di febbraio incontro Doriano non solo per un caffè, ma anche per qualcos’altro…Questa volta non parliamo dei miei traffici di vecchie biciclette, ma di materiali, angoli, millimetri, anche se la parte più sviscerata sono le mie sensazioni, come pedalo, che tipo di ciclista sono. Pieno di contraddizioni, confuso, a volte delirante, Doriano riesce comunque a trasformare le mie parole in preziose indicazioni per lo sviluppo del telaio che andrà a creare.

Ci spostiamo in via Edison, sede Bixxis, per prendere le misure antropometriche e scrivere su carta tutti i dettagli dell’ordine. Non passa nemmeno una settimana e ricevo due proiezioni di telaio con differenti soluzioni di angoli e misure. Dei due scegliamo la soluzione con piantone inclinato a 73° e tubo sterzo da 21, cancellando con i numeri le mie paure di un telaio sgraziato a vedersi. Con tubi Columbus Life, tubo sterzo integrato, forcellini ricavati dal pieno e posteriori orizzontali X-Stays, la mia Bixxis può finalmente prendere forma.

Per quanto mi riguarda, lo sforzo maggiore è stato scegliere il colore del telaio, Blu notte metallizzato con fasce bianche delimitate dal tricolore, scritta e logo Bixxis dello stesso colore del telaio, tutto personalizzato, tutto fuori menù.



Prima della data fissata per la consegna, ricevo il messaggio che tutto è pronto, posso andare a ritirare il telaio. Non sto più nella pelle, come un bambino che all’alba del 25 Dicembre si precipita ad aprire i regali, io volo a Seregno per ricevere dalle mani di Doriano il mio telaio…. e vaai!

È stupendo, è elegante, è figo, è mio cazzo!
Ringrazio Doriano e Martina con la promessa di rifarmi vivo per mostrargli la bici una volta montata. Step successivo, gruppo, ruote e trittico. Con rammarico, decido di cannibalizzare la Titanio Ti2 spogliandola di tutto, trasferendo i componenti sulla Bixxis. Di nuovo ci sarà la piega carbon con attacco 3T e portaborraccia King Cage in filo di titanio, una chicca.
Il giorno è arrivato, la bici è pronta, per l’occasione indosso una maglia Torm in merino con gli stessi colori della Bixxis. Destinazione Ghisallo, location perfetta per battezzare la “Belva” ed immortalarla con qualche scatto.



13 Marzo 2016, l’inizio di un nuovo capitolo intitolato Passione.

Ennesimo tentativo per scovare nuovi segmenti da utilizzare nel progetto “Gravel #Brianzalandia”.
Per evitare il tratto di Villoresi tra Carugate e Monza, impossibile da percorrere per il groviglio di tangenziali/statali, ho pensato fosse utile spostare l’asse del percorso verso ovest, utilizzando l’intero Parco delle Groane come corridoio verde verso la parte alta della Brianza.

Partenza da Cusano per agganciarsi al Villoresi a Nova M.se, da qui verso Garbagnate dove inizierà la risalita verso nord attraverso il Groane. All’altezza di Lentate deviazione all’interno del Parco Brughiera Briantea verso Est per recuperare prima il lago di Alserio, poi il segmento che sul fianco del Lambro raggiungerà le mura del Parco di Monza. Ultimi chilometri sulla ciclabile del Villoresi sino al Parco Grugnotorno alle porte di Cusano.
Alle 9:00 esatte di una giornata uggiosa, aggancio lo scarpino al pedale e parto in solitaria, ci doveva essere Giovanni a farmi compagnia, ma un imprevisto dell’ultimo momento lo ha trattenuto a casa, poco male, passare del tempo da solo a volte può essere terapeutico…
Il tracciato non dovrebbe presentare grosse difficoltà, giusto il tratto da Lentate a Brenna è stato disegnato col computer senza avere un’idea precisa di cosa si dovrà affrontare, se ci sarà da spingere si spingerà, d’altronde siamo qui per esplorare nuove vie, nuove tracce per il nostro sogno di una 100 chilometri in Gravel lontani dal traffico e dal bitume.
A 17 chilometri dalla partenza, dopo aver costeggiato il Villoresi sino alla Stazione FS di Garbagnate M.se, parte il segmento per me inedito all’interno del Parco delle Groane. “Tracciare a naso” mi stuzzica di più piuttosto che seguire l’idea di altri, anche se non nascondo il fatto di aver chiesto consiglio ad amici esperti della zona, giusto per risalire il Parco senza perdere troppo tempo in direzioni sbagliate.

I primi 5 chilometri non sono un granché, spesso si rimane a lato della strada, la ciclabile è ricavata dal marciapiede che la costeggia. Questo sino alla frazione di Villaggio del Sole, tra Solaro e Limbiate, dove inizia finalmente un sentiero che porta nel cuore del Groane, lontano dalle arterie e lontano dal traffico.


Da subito ci si infila in un fitto bosco di Betulle, si pedala sul fianco di una vecchia Polveriera, ci sono ancora i cartelli di pericolo, si attraversano enormi corridoi disboscati dove passano i giganteschi tralicci dell’Enel, strisce senza alberi utili anche come tagliafuoco in caso di necessità, ma poi, senza troppo faticare, si raggiunge Lentate, siamo a 37 chilometri dalla partenza. Sosta lampo e riparto quasi subito per calarmi nel segmento disegnato da Giovanni con il PC, vediamo cosa mi aspetta….

Escludendo alcuni passaggi dove si è costretti a scendere dalla bici, il resto del segmento non risulta essere tecnicamente impegnativo. Pur incontrando dei tratti in asfalto, onestamente brevi, gli ultimi chilometri sono all’interno della valle del Brenna, un magico sentiero sul fondo di una piccola valle incastonata tra le aree urbanizzate di Cantù ad ovest ed Inverigo ad Est. La fine di questo tratto è fissato sul Sagrato del Santuario della B.V. di Rogoredo ad Alzate, nella valle del Terrò. Promosso a pieni voti, anche se fosse affrontato con la più classica delle Gravel .




È l’una, orario perfetto per mangiare qualcosa. A fianco del Santuario si trova la Trattoria da Guido, visto il movimento e le macchine posteggiate, direi che qui si mangia bene… entriamo e sfamiamoci.
Spaghetti aglio&olio e un bel piatto di lenticchie sono l’ideale per saziarsi senza appesantirsi…forse…
Chiudo il ristoro con l’immancabile cafferino, ma poi via, direzione Lago di Alserio.


Da Alzate ad Alserio trasferimento su asfalto, dove comincia lo sterrato che costeggia il lago sul lato sud. A circa metà del bacino deviazione in salita per raggiungere Monguzzo. Da qui verso Baggero per seguire la ciclabile a lato del Lambro che mi porterà sino al parco di Monza. Anche se conosciuto, affrontarlo in senso apposto mi ha portato più di una volta fuori strada, vabbè penso, sarà anche la stanchezza…



Arrivato al Parco tiro un sospiro di sollievo, dai che è finita… Villoresi, Grugnotorto, infine Cusano, 112 km in 8 ore di cui 6 pedalate, non male.
Tutto sommato aver spostato il tracciato ha dato i suoi frutti, poco asfalto, molto meno casino rispetto ai test precedenti. Vorrei però togliermi l’ultimo dubbio, questo stesso percorso affrontato in senso opposto, prima lato Est poi lato Ovest, potrebbe essere l’arma vincente per far decollare questa benedetta Gravel in #Brianzalandia

Anche quest’anno non poteva mancare il nostro omaggio al Solstizio d’Inverno con una pedalata notturna per le strade della Brianza.
Piaciuto nell’edizione 2014, ho deciso di riproporre lo stesso mood, partenza da Cusano, visita parenti a Triuggio, brindisi sul Lissolo presso il ristorante Tetto Brianzolo, rientro su Cusano per strade diverse da quelle dell’andata.
Ci ritroviamo in cinque sul Sagrato del Santuario, Gianni e Alessandro già compari dell’edizione 2014, Enrico, invitato una mattina mentre si andava a lavorare, io in scooter, lui in bicicletta, e Roberto, randonneur rodato ma anche compagno di squadra di Alessandro, entrambi brevettati alla vera Solstizio d’Inverno, quella di Arco organizzata da Fabio lo scorso 19 dicembre.

Il tempo e la temperatura sono dalla nostra, nessun pericolo di pioggia e termometro molto al di sopra delle medie stagionali. Due chiacchiere ma poi, come da programma, qualche minuto dopo le 20:00 partiamo, l’ultimo ad aggregarsi sarà Beppe, che si aggancerà al gruppo appena dopo il Parco di Monza.
In passo è più che tranquillo, si attraversa il centro di Muggiò poi Lissone, ed una volta incontrato Beppe, via verso Canonica e Triuggio. L’arrivo sul Lissolo è previsto qualche minuto dopo le 22:00, prima una breve sosta dal cugino Roberto, chissà se vedendoci non gli riaffiori la voglia di tornare il sella come un tempo…
Ci accoglie con te caldo e dolcetti, più che pit-stop direi ristoro a sorpresa!
Dopo avergli augurato un buon Natale e ringraziato per il supporto, riprendiamo la strada verso Missaglia, dove parte la salita verso il GPM della serata. Più ci si avvicina alla meta, più ci sentiamo i padroni delle strade. Anche la Luna ci sorveglia dall’alto, la visibilità è ottima almeno in questa prima parte della MicroRando, si spettegola e si pedala in buona compagnia, direi l’essenza di questa ultima notturna dell’anno.

Raggiunto il Lissolo ci ricompattiamo ed entriamo al Ristorante accolti dai gestori come dei veri e propri temerari.
La tavola nella sala è già imbandita, calici pronti per ricevere spumante italiano e piatti capienti per servire panettone affogato da una squisita crema allo zabaione… caldo! La morte sua…

Affiorano i ricordi, si raccontano le imprese del 2015 ed i sogni per il 2016, non è una gara a chi la spara più grossa, i tipi come noi sono una specie particolare, non abbiamo bisogno dell’approvazione altrui, basta la nostra. Raccontare le proprie gesta ha il solo fine di trovare compagni d’avventura, non accaparrarsi un altro “like” al nostro profilo. Se ascoltando il nostro racconto qualcuno decidesse di provarci, beh, sarebbe una conquista, più gratificante di una scalata al Mortirolo (anche se il Mortirolo non l’ho mai affrontato!)

“Estinta” anche l’ultima briciola, dopo aver ringraziato lo staff per l’ospitalità, ci rimettiamo in sella per rientrare verso casa. La nebbia, anche se non prepotente, è nel frattempo comparsa grazie alla temperatura più rigida. Poco importa, siamo tutti ben attrezzati, nessun timore, luci accese e via verso la discesa per Sirtori.
Il rientro ricalca parte del primo segmento del Demonio, in senso opposto ovviamente. Dopo Barzanò, Cremella Cassago sino a Capriano, dove si segue la strada per Briosco.
Ultimo strappo ad Agliate, il muretto di 600 metri che dal Lambro risale verso Verano.
A Carate Beppe ci saluta, lui prosegue direzione Monza, noi direzione Seregno.

Qualche minuto dopo la mezzanotte siamo di nuovo sul Sagrato della chiesetta di Cusano, 70km a 22 km/h di media, perfetto stile LNSR al Solstizio!

Ringrazio Gianni, quest’anno il più fedele alle mie notturne!
Alessandro, lui preferisce farsi vedere quando le temperature si avvicinano allo zero.
Giuseppe (Beppe), un altro alfiere delle ostiate che propongo a chi, non per scelta, si ritrova a gestire un ronpi…. come me.
Roberto, mio cugino, anche se non pedala più, fa sempre parte del gruppo.
Enrico, forse il più folle, visto che si è fidato dell’invito ricevuto da un perfetto sconosciuto in una gelida mattina di dicembre.
Roberto, un nuovo compagno che sarà sicuramente dei nostri nella prossima avventura.
I Gestori del Tetto Brianzolo, che ancora una vota si sono superati per l’ospitalità offerta ai randagi della notte.
All’anno prossimo.

La prova sul campo
Una cosa è tracciare, tutt’altro è testare un percorso. L’esperienza mi insegna che un’opinione riportata non ha alcun valore se non confermata dalla propria. Capita spesso di prendere cantonate su persone, cose, sport, solo perché ci si basa sul sentito dire. Era giusto quindi che l’ultima mia idea di un tracciato estremo per le strade della Brianza fosse vissuto in prima persona.
l’idea malsana
Tutto è cominciato alla “Muretti Madness”, o meglio sulla via del ritorno, quando il seme del male germogliò nella mia mente. Da allora un pensiero fisso mi ha perseguitato, replicare una “Muretti” in terra brianzola, più dura, ancora più estrema. La Bestia dovrà fagocitare tutto il peggio della zona, dovrà umiliare gli spavaldi ed osannare gli impavidi, sarà la Dea più amata, ma anche la più odiata. Questa terra di mezzo tra Milano e le Alpi offre tante possibilità per mettere alla prova le proprie capacità dl Grimpeur. Lissolo, Giovenzana, Montevecchia, Crezzo, oltre a strappi che presi da soli possono sembrare innocui, ma se affrontati in serie…
Con queste premesse mi sono messo al lavoro per “il percorso dei percorsi”. Per prima cosa ho evidenziato su una cartina del Touring Club tutti gli strappi conosciuti, anche i più innocui. Una volta completato il censimento il duro lavoro è stato unirli creando una traccia che avesse senso e che crescesse di intensità all’avvicinarsi dell’apoteosi per quello che a detta di tutti è il Demonio, il Muro di Sormano. Anche per i collegamenti ho scelto strade meno battute dal popolo delle guarniture, totale assenza di statali o strade ad alto traffico veicolare.
Il risultato si riassume in 200 chilometri con oltre 4.600 mds+, 25 salite di cui almeno la metà definiti “muri”. Il nome? Per ora “Il Giro del Demonio”. Quando? Nel 2016, anche se il mio sogno è il Brevetto Permanente.
Il test
Finito il lavoro sulla carta si passa ai fatti, forza e coraggio andiamo per strada per vedere l’effetto che fa. Causa impegni di lavoro, al raduno ci ritroviamo in due, io e l’amico Michele, socio in questo progetto demoniaco.
L’intenzione è pedalare sulla traccia di questa prima bozza per capirne il potenziale ed annotare pro e contro dei vari settori. Non si percorreranno tutti i 200km, ci concentreremo sui primi 100 km e sul segmento finale che da Orsenigo porta all’arrivo.
Ritrovo alle 7:30 a Seregno, tattico per agganciarsi al giro, comodo per Michele arrivando in auto.

Con il termometro a +2° bastano una manciata di chilometri per entrare subito nel vivo del percorso, i primi strappi, Costa Lambro, Agliate Realdino e Orlanda, soprannominata “la Velenosa”, sono già di fronte a noi. Conoscendoli bene, preferisco concentrarmi sulle reazioni di Michele per coglierne il pensiero. Solo davanti alla Velenosa affiora sul suo viso un mix di stupore e stima, quel tornante con il breve rettilineo rende perfettamente l’idea della cattiveria del muro.. Oleandra ok, le altre da rivedere…
Usciti da questo primo imbuto, raggiungiamo Visconta rimanendo lontani dalle vie trafficate offrendoci nel contempo scorci inconsueti sulle cime del lariano, Grigne e Resegone.

La temperatura è rigida, si sente nelle ossa, la foschia, ancora prepotente, rende questi primi chilometri poco panoramici, si ha la sensazione di pedalare senza scopo, quasi fosse un allenamento infrasettimanale.
A Barzanò la prima pausa, non ci corre dietro nessuno, cafferino e mezzo muffin, oggi le barrette energetiche sono bannate!
Risaliti in sella affrontiamo l’ascesa per Sirtori e poi giù in picchiata su Perego per raggiungere la partenza del primo vero muro di giornata, il Lissolo.
Lo affrontiamo senza tirarci il collo, scambiando opinioni sui primi chilometri ma anche divagando su altri progetti, con le due ruote sempre protagoniste.

Raggiunto il Tetto Brianzolo anziché voltare su Viganò, deviamo a sinistra sulla strada sterrata per Montevecchia, un po’ di Gravel non fa mai male, anche con un corsa. GPM e tuffo verso Quattrostrade per agganciarci poi all’inizio di Belsedere, dove ci aspetta una rampa di 60 metri al 21%.


Superata la parete, io a piedi, Michele in sella, deviamo su un tratto di strada bianca direzione Valfredda, gradevole pista che attraverso l’oasi del Parco ci porta di fronte alla prima “lunga” di giornata, Giovenzana.

Siamo a 50 km dalla partenza, è giusto che si inizi ad imprecare.
La salita pretende rispetto, sono 6 chilometri scarsi con pendenze a volte vicine al 15%, secondo Michele si tratta di una Valcava concentrata, non così dura ovviamente, ma pur sempre una Signora salita.
Salendo il ritmo rimane blando, più per colpa mia che a causa del socio d’affari, porta pazienza, io vado forte solo in discesa!

Dopo Colle Brianza il menù prevede discesa su Dolzago e risalita verso Ello per incontrare l’Alpino, dove inizia lo strappo di Villa Vergano, “il muro di Purito”.

Mi viene da dire: – Non lasciamo nulla al caso, tutto il “peggio” dobbiamo infilarcelo, altrimenti che Giro del Demonio sarebbe?!


Dopo Vergano su per Consonno, anche se dal versante meno famoso, il passaggio da quello che una volta era il “Paese dei Balocchi” è d’obbligo. Breve sosta sotto il Minareto e poi giù a piombo verso Olginate, sul lago di Garlate. Sarà a causa della temperatura ancor più rigida, sarà per l’umidità proveniente dall’Adda, questo tratto in discesa diventa un massacro, arrivati al bivio con la statale ci rendiamo conto di essere ad un passo dall’ipotermia periferica (termine da me coniato), fortuna che quasi subito prendiamo la via per Galbiate, un po’ di salita ci aiuterà a recuperare il controllo di mani e piedi, si spera…
Da Galbiate uno dei pochi segmenti in pianura per raggiungere l’inizio della sedicesima asperità di giornata, Eupilio vecchio, prima però pausa ristoro in una delle migliori pasticcerie di Oggiono, è necessario reintegrare le energie bruciate in questi primi 80 chilometri.
Ripartiti sazi e ricaricati, a Pusiano attacchiamo la salita per Eupilio, porta d’ingresso del cosiddetto triangolo lariano. Raggiunto il laghetto del Segrino, in compagnia di un pallido Sole, riscendiamo su Erba per un’altra pausa, è la mia schiena a chiamare questa volta, meglio darle tregua prima di riprendere la via del ritorno.
Il progetto “Giro del Demonio” a questo punto prevede l’ingresso nel vero e proprio Inferno, il settore più tosto dell’intero tour. In successione Castelmarte, muro di 300mt al 15%, Caslino, muro di un centinaio di metri al 13%, Conca di Crezzo da Lasnigo, 5 rampe che stroncano gambe e forza di volontà, Ghisallo vintage da Barni, un paio di tornati saturi di Storia, ed infine sua Maestà il MURO di Sormano, l’apoteosi del Male. La via del rientro non sarà da meno, picchiata dal Tivano sul lungolago e poi Como con l’ascesa a Civiglio, per finire i muretti di Brenna, Cremnago e Fornacella. Noi fortunatamente, evitiamo il martirio agganciandoci nuovamente alla traccia poco prima del tratto in pavé sul muro di Alzate (2% di pendenza). La scelta di concentrarci sui primi 100 chilometri e sul tratto finale evitando il pezzo duro è dettata dal buon senso e dalla mia condizione, inoltre l’intero giro avrebbe richiesto oltre le 12 ore, troppe in questo periodo dell’anno. In primavera ci sarà tempo per seguire l’intera traccia e per verificare le modifiche di tracciato che questo primo test ha suggerito per migliorarne l’appeal.

Superati gli ultimi strappi, dopo aver rischiato qualcosa di troppo nel frenetico traffico brianzolo, raggiungiamo finalmente Seregno per chiudere questo primo test del Giro del Demonio. Complimenti, abbracci ed un meritato boccale di birra suggellano questa splendida giornata vissuta in ottima compagnia sulle strade della amata #Brianzalandia.

Work in progress
Il Giro del Demonio è un progetto aperto, la strada intrapresa sembra quella giusta, nei mesi che verranno avremo tempo per migliorarlo e rendendolo ancor più estremo, non abbiamo fretta di chiudere, tempo al tempo, sarà Lui a dirci quando vorrà prendere il volo…
… nel frattempo fuori a pedalare, la bella stagione sta arrivando!
2.400 metri di dislivello in 100 chilometri all’interno della splendida città di Firenze sono il biglietto da visita della Muretti Madness (letteralmente la follia dei Muri, o meglio, la follia per i Muri), creatura micidiale ideata dal gruppo ciclistico “Cicloidi”.
Chi sono i Cicloidi? Ragazzi come tanti con una predisposizione naturale per l’agonia, la pena, il martirio. A loro non piace la pianura, digeriscono poco gli strappi, apprezzano le salite, ma la loro vera ossessione sono i MURI, sotto il 15% li considerano “pedalabili”, sopra, provocano ad alcuni di loro erezioni importanti. Amano le notturne, amano il pavé, amano le strade bianche, in pratica amano tutto quello che amo anch’io. Ebbene, questi mi stonati hanno offerto l’occasione di poter morire in loro compagnia sulle strade della “Muretti Madness 2015”, io sarò uno di questi, grazie all’invito ricevuto da Michele, compagno di più di una delle mie uscite, Cornizzolo by night su tutte.
Cos’è la Muretti Madness? Un viaggio su due ruote che attraversa uno dei luoghi più belli d’Italia, un tour ciclistico per le strette strade di quest’angolo dell’Italia, un’esperienza totale per gli occhi, ma soprattutto per lo spirito, in sintesi una figata!
Matteo, uno dei fondatori dei Cicloidi, insieme a Roberto, sono il Caveau del gruppo, in pochi conoscono così bene le colline della zona dove scovare i micidiali muri. Come hanno raccontato, questa loro conoscenza si è formata col tempo, accumulata durante gli allenamenti infrasettimanali dove era d’obbligo concentrare il massimo sforzo in pochi chilometri per rientrare ad orari decenti. Gli era capitato di affrontare più salite nella stessa uscita, ma l’idea di disegnarci un circuito di oltre 100 chilometri, con metri di dislivello “a palate”, è arrivata dopo aver frequentato gente spanata come loro, tutti condannati alla sofferenza sui pedali a tutti i costi.
Un anno fa la prima, al via i Cicloidi al gran completo (Matteo, Michele, Arian, Andrea e Roberto) in compagnia di amici, una dozzina di temerari passati alla Storia come i primi Finisseur della Muretti Madness. Quest’anno saremo un po’ di più, grazie al passa-parola ed al lavoro di fino fatto dai Cicloidi nel promuovere l’evento, più condivisione della sofferenza che agonismo tra i ciclisti, mood che sempre più spesso emerge nei raduni a cui partecipo.
Grazie a Michele, che si è offerto di trasportare la mia bici con la sua auto, riesco ad incastrare Muretti e trasferimento tutto in giornata, viaggio a/r con Frecciarossa, trasferimento casa – Stazione in scooter e tratto stazione S.M.Novella – partenza in taxi, tutto pianificato nei minimi particolari. Con me solo uno zaino con il cambio, casco e scarpette.
La sveglia, anche se puntata, non serve, a meno dieci alle cinque mi alzo, ho la testa ancora incriccata sul lavoro, non sono ancora riuscito a staccare la spina dall’ufficio, speriamo passi. Nemmeno mezz’ora sono già in scooter, il tragitto verso la stazione è surreale, in strada incrocio solo metronotte e mignotte, paesaggio metropolitano penso…
Arrivato in Centrale, dopo qualche minuto d’attesa, mi infilo in carrozza con l’intento di rilassarmi e liberare finalmente la mente per gustarmi appieno la Madness, ci manca solo che non riesca a godermela…
8:10 puntuale arrivo a Firenze, raggiungo Michele e Matteo prendendo un taxi, l’idea di cercare una biglietteria ed il Bus non mi sfiora nemmeno, ho poca voglia di sbattermi…
Arrivato da Matteo saluto gli amici e ringrazio i miei ospiti per aver custodito la mia bicicletta ed avermi accolto in casa dandomi la possibilità di infilare le ultime cose, casco, berretto, scarpe, senza dimenticarmi di riempire la mia borraccia di sana acqua fiorentina, dicono che sia magica… Check alla bici, l’amata De Rosa Giro d’Italia, e via in compagnia di Michele verso il punto di ritrovo, lo Stadio comunale Artemio Franchi.
Ci siamo, il momento è arrivato, dal bigino pubblicato sul sito dei Ciclodi si legge chiaramente il divieto di partire a stomaco pieno, se analizziamo anche il simpatico vademecum distribuito ai partecipanti con elencati tutti i 19 muri in ordine di marcia con a fianco una pagella fatta di teschi sulla durezza del segmento, è evidente che qualcosa di più che timore serpeggia tra nel gruppo… oserei dire panico!
VIA! Nemmeno 4 chilometri e scatta il primo muro, Via delle Forbici, media del 15%, strada stretta ma poco trafficata, giusto per rodare da subito la gamba.
Non arriviamo nemmeno al decimo chilometro ed ecco il secondo muro di giornata, definito “Gotto di Vino”, un 5% che si cala come un gotto appunto, antipasto di qualcosa di più impegnativo, la parete per Montebeni. Qui si sputa bava, non sangue, quello uscirà dopo sulla Via della Rosa, tra Compiobbi e Settignano.
Sono sincero, a questo punto sono già in profonda crisi, tra la testa che non vuole mollare la scrivania, e le gambe ancora dolenti dall’uscita di martedì, la voglia di mollare è forte, fortissima. Fortuna che proprio a Settignano i ragazzi “davanti” decidono di fermarsi per una breve sosta, ricompattando il gruppo e concedendo a noi “dietro” di rifiatare qualche minuto. Siamo a 25k dalla partenza, se ci aspettano altri muri come questi, meglio spararsi subito per evitare l’agonia!
Mi si avvicina Michele che ancora una volta mi ringrazia per essere presente…Cavolo, come posso mollare, sarebbe un brutto gesto nei suoi confronti… con tutto il tempo perso da questi ragazzi per mettere insieme un evento simile, arrendermi alle prime difficoltà… aspettiamo almeno le seconde… e poi il prontuario dei teschi parla chiaro, il prossimo 5 stelle sarà a 59k dalla partenza, ho tutto il tempo di accendermi e liberarmi dai pensieri negativi, se poi mollerò, vorrà dire che doveva andare così.
I successivi chilometri ci riportano all’interno della città, tratti in discesa e pianura che facilitano il mio recupero fisico e mentale. Il gruppo è unito, si chiacchiera procedendo regolari in attesa di sgranarsi nuovamente sulle pareti dei muri che si presenteranno da li a breve. I prossimi vengono battezzati strappetti strappi strappini, nulla di così catastrofico, utili a riscaldare la gamba, a detta di qualcuno…
Balatro, Mezzomonte e poi ci siamo, il MOSTRO, Monteripaldi, pendenza massima 24%, media 18%, qui si cammina, sicuro…
La scusa di aver sotto un tradizionale 39 accompagnato da un 29 sulla ruota poco conta, anche se avessi un 32-42 metterei giù il piede comunque, oltre ad avanzare, come già mi è successo a Belsedere, il mio problema è non cappottare! Forse perché alto, forse perché incapace, quando devo scalare pareti di questo calibro, il più delle volte sono costretto a fermarmi per non ritrovarmi schiena a terra ancor prima di mollare per i dolori alle gambe… anche se oggi, ad essere sinceri, mi fermerò perché sento di aver finito la bava, sono certo di aver terminato il sangue, manca solo di sputare l’anima!
Così accade, a poche decine di metri dal GPM, faccio scattare lo scarpino e mi metto a spingere la De Rosa verso la vetta. Non sono deluso, è chiaro che non posso fare altrimenti, se voglio arrivare alla fine, trovo stupido sfasciarmi le gambe con ancora la metà dei chilometri da fare, meglio conservare qualche grammo di ostinata volontà prima di abdicare. Al GPM una gradita sorpresa, un fantastico ristoro organizzato dalle donne dei Cicloidi, Sara e Rachele. Torte fatte in casa, pane sciocco con marmellata, frutta, cioccolata, acqua in quantità per tutti… a proposito, nessuno di noi ha versato un Euro per partecipare, giusto per ricordarlo…
Sui volti di alcuni iniziano ad emergere i segni della fatica, meglio non guardarmi allo specchio, ma sapere di essere a buon punto, aiuta l’animo di tutti a prenderla con un po’ più di vigore, soprattutto per il sottoscritto che voleva girare la bicicletta parecchi chilometri prima. Non sosto molto, preferisco ripartire per non mollare la verve e sfasciarmi subito sulle erte che verranno, via il dente via il dolore!
I successivi due muri non sono impegnativi, segnalati con meno teschi, ma hanno dalla loro il fondo in piastroni con enormi fughe che non aiutano certo la scorrevolezza. Questa ennesima fatica passa quasi subito, anche perché come premio sulla cima del San Miniato si incontra Piazzale Michelangelo, la miglior terrazza per ammirare Firenze dall’alto. Sosta obbligata e autoscatto a fianco della mia fedele compagna d’acciaio, non capita tutti i giorni di pedalare a pochi metri da bellezze simili, immortalare l’evento è un obbligo. Più ci penso e più lo trovo incredibile, ho percorso 65 chilometri e la maggior parte “a vista” della Cattedrale di S.Maria del Fiore e della Torre di Palazzo Vecchio, magnifico tracciato questo MurettiMadness!
Riprendo la bici e mi tuffo sui tornati verso la città bassa, il prossimo muro ha ricevuto quattro teschi, Via del Belvedere, sul fianco delle storiche mura della Città. Sulla discesa incontro i ragazzi della Popolare Ciclistica, compari della BloodyMoon del mese scorso, un gruppo di ragazzi di Bergamo che vivono la bici seguendo una loro personale filosofia, “RIDE DIFFERENT”. Uno di loro è sul ciglio per una foratura, mi fermo per scambiare due parole e con l’occasione, decidiamo di rimanere insieme, io sono munito di traccia GPS, loro sono muniti di forza positiva per accompagnarmi sino alla fine.
Una volta rimontata la ruota e verificato che tutto fosse a posto, ripartiamo e raggiungiamo la base della parete per Torre Belvedere. Subito il rocchetto più agile, e subito a spingere alla bell’e meglio per portare più in alto possibile chiappe e bici senza mettere il piede a terra. Io non sono proprio il massimo dello stile, mentre i ragazzi della Popolare, soprattutto quello che viene chiamato Vertical (Luca), affronta il muro senza dar fondo alle sue energie, sarà questo il motivo del suo soprannome…
Del gruppo fa parte anche una ragazza, Susan, cerbiatto sui pedali se paragonato all’Orso zoppo del CusanoBoys… mi rincuoro guardando le facce dei miei soci, non vedo nessuno che abbia superato gli anni di Cristo… magra consolazione per un quarantatreenne…(non è vero che sono così giovani, ma preferisco crederlo per non deprimermi…)

Superato Belvedere, San Ilario, e San Quirichino, forse uno dei passaggi più spettacolari dopo la vista dal Piazzale Michelangelo, si giunge e San Carlo, l’ultimo ad avere tre teschi prima della mazzata finale per salire verso Fiesole dalla vecchia strada.
Qui per un errore di lettura del Garmin, ci troviamo poco davanti al gruppo dei primi che ha già affrontato i due “muretti” di Careggi e Stibbert. Poco importa, mischiandoci con loro, li seguiamo ed arriviamo davanti a quello che io definirei lo “sturalavandini”, ovvero se hai ancora qualche grammo di energia e di forza di volontà, stai certo che alla fine di questo muro ti avrà ripulito di tutto, compresa l’Anima.
Ci provo a non mettere il piede a terra, è l’ultimo! Ma purtroppo ad un centinaio di metri dalla vetta, con un mezzo sorriso sulle labbra, appoggio il piede e trascino la bici verso la cima, verso la fine del Madness.
Sulla splendida piazza di Fiesole il gruppo dei sadici delle salite si ricompatta ed alza al cielo le borracce in segno di vittoria, ci siamo riusciti, siamo i finisseur della Muretti Madness 2015.
Anche qui le ragazze dei Cicloidi ci fanno trovare qualcosa da mettere sotto i denti, distribuiscono complimenti e ci omaggiano delle borracce personalizzate del loro Gruppo, grazie a tutti, grazie davvero.
Foto di gruppo, abbracci tra i compari d’avventura ma poi inesorabilmente la piazza si svuota dei guerrieri dei muri, facendo emergere la consapevolezza di aver vissuto una giornata speciale, sia per i luoghi dove si è pedalato, sia per la compagnia dei cinquanta ciclisti che ho conosciuto.
Ancora qualche istante ma poi, arrivato davanti alla casa di Matteo, all’improvviso mi risveglio da un sogno, come la sveglia del lunedì, metto da parte la splendida giornata e mi concentro su quello che devo ancora fare, doccia, vestiti, un grande abbraccio a tutti i Cicloidi, poi via, treno, scooter, Cusano, eccomi di nuovo a casa dalla mia banda, giornata splendida, giornata indimenticabile.
Grazie Firenze, grazie Cicloidi, grazie Michele.
Foto: ©MaxBigandrews ©Cicloidi ©Ciclica ©Alithmetic
Decisione dell’ultimo minuto, seguire la traccia della 100dB disputata lo scorso weekend, 100 chilometri in MTB SingleSpeed, idea brillante partorita dalla mente geniale di Paolo Zorloni. Il mio intento é estrarre tratti compatibili al progetto Gravel #Brianzalandia, devo ridisegnare alcuni passaggi per evitare Statali e traffico dei mezzi pesanti. I segmenti imputati sono tra Baggero (in prossimità del Ristorante Il Corazziere) e Costa Masnaga, e da Costa sino a Rovagnate. Ci sarebbe anche il pezzo sul fianco del Villoresi tra Monza e Carugate, ma questo l’avrei dovuto risolvere da solo, senza traccia alternativa in aiuto.
La mia compagna sarà la Cube Race, l’ultima volta che la usai fu nella sfortunata edizione della RandoRiver ’14. Perchè? Primo per apprezzare la scorrevolezza della gomma di larga sezione su sterrato, secondo perchè più vicina allo stereotipo “Divide”, carica di ogni tipo di bikepacking che sono riuscito a recuperare nella mia cantina, illudendomi di partire per conquistare i confini del Mondo … d’altronde l’apparire è tutto al giorno d’oggi… no?!
Per completare la farsa ci monto pure delle protesi, non solo per esagerare l’effetto “survival”, ma per avere un’alternativa per mani e polsi, non abituati alla posizione “piatta” delle pieghe da Mountanbike.
Analizzando la traccia di Paolo (patron della 100dB), vedo che la prima parte ricalca esattamente i sentieri già visti nelle mie perlustrazioni, l’idea quindi è raggiungere Fornaci e da qui agganciarmi al suo “solco”. È proprio in questo punto che la 100dB devia verso Ovest in direzione Montorfano per poi ripiegare su Alserio Pusiano ed infine Annone; forse inutile alla mia Gravel, ma con i grossi problemi sul tratto Villoresi nei pressi di Monza, questa alternativa potrebbe tornarmi utile.
Come da tradizione quando uso ruote tassellate, aggancio l’alzaia del Villoresi percorrendo le ciclabili e tratti di sterrato che collegano Cusano a Muggiò. Alle porte di Monza lascio il Villoresi per infilarmi nel Parco dove ritrovo il Lambro. I colori sono fantastici, la temperatura non è troppo rigida ed il cielo è privo di nuvole, cosa vuoi di più?!
Uscito dalla Porta di San Giorgio, sul tratto Lesmo-Briosco, noto con piacere che tutti i cantieri incontrati la primavera scorsa durante la Mud Murder sono terminati, questo mi convince ancor di più a battezzare questi primi 30 chilometri come segmento “indispensabile” per il progetto Gravel. Come da programma, a Fornaci attivo la traccia di Paolo che, purtroppo, è stata registrata per essere seguita nel senso apposto a quello che vorrei io, con il risultato di essere inutile ai miei fini. Peccato! Peccato davvero, mi sarebbe piaciuto esplorare tratti nuovi. Veloce briefing con me stesso, cambio e decido, a malincuore, di seguire parte del giro fatto lo scorso Febbraio inserendo variati tra Costa Masnaga e Sirtori, dove possibile.
Qualcosa trovo, anche se poco, ma alla fine sono costretto a buttarmi sulla statale Como-Bergamo per recuperare Rovagnate. Da qui per il Parco di Montevecchia, non prima però di una meritata sosta. Zuppa al farro, birrettina, e via di nuovo sui pedali, se voglio agganciarmi all’Adda è il caso di non perdere troppo tempo, ho ancora tanta strada da fare…
Il tratto all’interno del Parco di Montevecchia è forse l’ultimo del giro di oggi degno di nota, come sempre, ogni volta che passo da queste parti, i colori delle stagioni esplodono in tutta la loro potenza, rendendo questa enclave speciale, soprattutto se paragonati al grigiore del traffico delle zone vicine. Il fondo compatto e l’assenza di fango sono una goduria rispetto il calvario vissuto l’inverno scorso, è un peccato che sia così breve, almeno lo sembra visti i tempi di percorrenza di quest’uscita rispetto a Febbraio.
Una volta raggiunto Merone mi spingo sino al Ponte di Paderno per scendere poi sulla pista dell’Adda che mi porterà verso sud, verso il canale Villoresi.
Mentre pedalo sull’ormai “familiare” ciclabile, mi concentro su come migliorare la traccia per l’ultimo tratto, l’idea di pedalare sulla statale tra Carugate Melzo Monza è velenosa, renderebbe l’intero giro un fallimento, sia se affrontato per ultimo, sia se percorso nel verso opposto, come nella prima edizione della Gravel#Brianzalandia del Novembre scorso… devo risolverla, anche se sarà dura, molto dura…
Tra una Centrale elettrica e l’altra mi raggiunge un Biker, nemmeno mi accorgo della sua presenza, forse perché assorto nei miei pensieri. Rimaniamo insieme e pedalando affiancati abbiamo anche il tempo di scambiare due parole. Scopro con piacere che conosce Luca, supporter ed aiuto indispensabile del bag-drop alla BloodyMoon… quanto è piccolo in Mondo!
Facciamo squadra sino a Trezzo dove mi conduce sulla strada più diretta per raggiungere il Canale Villoresi risparmiando così una decina di chilometri che, a questo punto del giro, sono preziosissimi per le mie gambe. Prima di salutarci una breve sosta per un caffè ed una fetta di torta, devo assolutamente mangiare qualcosa, mi sento svuotato di ogni energia.
Con i soli pensieri a farmi compagnia riprendo a pedalare sul fianco del canale. Sino alle porte di Carugate, questo segmento che costeggia il Villoresi è deprimente, nulla degno di nota, si intervallano tratti di ciclabile a single-track sull’alzaia, campi arati a strade periferiche dal manto approssimativo, se poi dopo tutto questo ci aggiungiamo il delirio delle arterie tra Carugate e Monza, è fottutamente Sacrosanto che questo settore lasci il passo a soluzioni diverse, migliori, “safe”.
Senza più un grammo di ottimismo, decido cinicamente di superare in centro città nel più breve tempo possibile senza dar troppo retta al “bel vedere”. Uscito finalmente da Monza, gli ultimi chilometri sono pedalati attraverso il Parco del Grugnotorto sino alle porte di Cusano.
126 chilometri in 6 ore pedalate, 8 con le soste, una mazzata direi…
Bene la prima parte del percorso, bene la Cube versione “Devide”, bene il tratto a fianco del torrente Curone, ok la ciclabile sull’Adda, pessimo il Villoresi versate “Est”. Per quanto mi riguarda, invece, penso di essere pronto per la “Muretti Madness”!… o no?