15 Ottobre ’16 – La Gran Cartola

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Ore 7:20 sono al posteggio della Stazione di Bologna. Un salto al Bar per un caffè, poi inizierà la vestizione.

Ore 8:00 mi presento al punto di incontro, la Velostazione Dynamo, a pochi passi dalla scalinata del Pincio, inizio del Viale dell’Indipendenza.

Ci siamo, sono carico al punto giusto per assaggiare le rampe malefiche della Gran Cartola, il primo sarà il San Luca, ancora in città, a seguire una serie di 13 salite sparse sui colli bolognesi che porteranno il dislivello totale a sfiorare i 2500 metri in soli 120 chilometri, una bella sfida!

Avere la Cartola a Bologna vuol dire essere di un’altra categoria, e “la Gran Cartola” vuole essere un giro in bici di un’altra categoria, quella del ciclismo spacca gambe che se ne frega di KOM, QOM, segmenti Strava, Watt e patacche varie… questa almeno è la filosofia che Giuseppe, l’ideatore, vuole imprimere alla sua creatura.

Dopo essermi registrato inganno il tempo chiacchierando con i miei compagni d’avventura, Fabio, compare di notturne disputate dalle nostre parti, e Davide da Imola, Granatiere di un metro e novanta che accompagnato da una splendida Salsa Colossal ci fa capire che il marcantonio qui davanti è sulla nostra stessa onda, due ruote, due pedali ma soprattutto buona compagnia e perché no, ristori con gambe sotto al tavolo accompagnati da un buon bicchiere di vino…

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La partenza è fissata per le nove, il tempo è molto Scottish, qualcuno lo chiamerebbe Belgian weather, per ora non piove e questo è abbastanza per non trasformare la Cartola in un incubo!

Si parte in gruppo, una quarantina scarsi. Davanti i locals in racer mood , noi in coda con tutt’altro spirito. La prima dei colli da superare sarà appunto il San Luca, due chilometri con tratti abbondantemente sopra il 15%, non male come prima cotê. Giunti ai suoi piedi carico subito il pignone più agile e con l’ormai collaudato passo risalgo in compagnia dei due soci la prima asperità. Sul lato della strada corre per tutta la sua lunghezza un porticato utilizzato dai pellegrini per raggiungere il Santuario della Madonna di San Luca. Questo, arricchito con 15 cappelle e 666 archi, secondo alcuni rappresenterebbe una serpe che termina il suo strisciare proprio ai piedi del Sagrato della Basilica, richiamando così l’episodio della Genesi dove il Diavolo tentatore venne sconfitto dalla Madonna schiacciato sotto il suo calcagno.

A parte i riferimenti biblici, grazie al fatto che ci troviamo alla prima salita, ma soprattutto grazie alle grida di incitamento dalle numerose scolaresche, ci carichiamo ancor di più nel rilanciare la bici ed andare subito a caccia della prossima salita, battezzata “Via del Genio”.

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Anche qui, come a Firenze con la Muretti (i primi ad introdurlo), ad Inzago con la Martesana Van Vlaanderer ed a Bergamo con la Coppa Asteria, è stato consegnato ad ogni partecipante un “Garibaldi”, l’elenco delle salite con riportato il livello di difficoltà, un’idea ripresa dalle grandi classiche del Nord con un pizzico di originalità nelle icone, Mortadella a Bologna, Teschi alla Muretti, Madonne alla Asteria e Leoni alla MVV. Per quanto riguarda la Gran Cartola, delle 14 salite segnalate, ben 5 riportano livello 5, 3 livello 4 ed altre 3 livello 3, non male, d’altronde come ha ben detto Giuseppe prima della partenza,  qui si viene per spaccarsi le gambe, non per fissare nuovi record sul proprio ruolino!

Via del Genio riporta 3 mortadelle, è una delle vie più esclusive di Bologna, al confine tra pianura e collina, una strada impreziosita da maestose Ville con splendidi giardini, tortuosa come uno Stelvio ma allo stesso tempo gentile, l’ideale per accompagnarci fuori dalla città e prepararci ad affrontare il vero cuore della Cartola, gli Appennini, protagonisti assoluti di oggi.

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Usciti indenni da questa seconda, senza alcun tratto in pianura siamo di nuovo a pedalare sul rocchetto più agile per risalire in sequenza Gaibola, San Vittore e Via delle Lastre, l’ideale per cucinare a dovere le già stanche membra di noi avventurieri. La settima di giornata è chiamata Via Sant’Andrea di Sesto, battezzata con 5 fette, qui è facile lasciarci qualcosa di più che del semplice sudore… qui si soffre…

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Una volta lasciato Paderno, non senza fatica, svoltiamo a destra e ci immettiamo sulla via gemella alla più famosa provinciale 65, detta anche la Strada della Futa, il valico appenninico ormai ad uso esclusivo di ciclisti e motociclisti. Ci rimaniamo solo un paio di chilometri, giusto il tempo per rifiatare un attimo prima di trovarci faccia a faccia con un vero e proprio muro. L’impatto è forte, deprimente per certi versi, dopo il San Luca, questa è la seconda salita a meritarsi il massimo del ranking … il Cuore della Cartola sono gli Appennini, beh, questa è sicuramente una delle sue arterie.

Non bastasse, il buon Giuseppe ha pensato bene di infilarci immediatamente dopo una rampa seconda a nessuno, la salita di Ancognano, altri cinque chilometri scarsi con parecchi tratti a due cifre e punte ben oltre il 16%. Siamo a 55km dalla partenza, il Garmin segna più di 1600 metri di dislivello macinati, non so gli altri, ma io inizio ad accusare il colpo…

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Ricompattati, o meglio, recuperati i miei compagni, ripartiamo in direzione sud, alla ricerca di un Bar possibilmente munito di tavola calda. Purtroppo da queste parti non è facile trovare un esercizio aperto, le uniche insegne che si incontrano appartengono ad un via vai che non esiste più, forse per colpa delle autostrade, forse per colpa di chi non ha più tempo di godersi il viaggio ma vuole arrivare solo a destinazione… un po’ come capita nel ciclismo, o magari come sta capitando proprio oggi, con quelli davanti a menare come pazzi per tornare a Bologna il prima possibile, e quelli come noi che a Bologna non ci vogliono tornare, perché significherebbe fine della Gran Cartola.

Al di là del bel pensiero, bisogna comunque fare i conti con la propria preparazione, ho cercato di infilarci dei lunghi per presentarmi al via con un fondo discreto, ma quando i tratti in salita sovrastano i tratti in pianura, la forza della gravità diventa prepotente e mi presenta il conto azzerando tutti i miei buoni propositi.

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Giunti alle porte di Sasso Marconi, sfiorato il centro abitato, deviamo verso sud per attaccare la salita di Badolo. Sono sei chilometri facili facili, ma sfortunatamente per me lo sconforto inizia a prendere piede,  amplificato dai dolori provenienti della zona lombare, la più sollecitata quando si spinge in salita senza mai alzarsi sui pedali. Con me è rimasto Davide, anche se non ci mette molto a lasciarmi indietro visto che il mio passo è ormai ridicolo, la difficoltà ad avanzare arriva più dalla testa che dal limite della mia preparazione. Se non mi sbaglio in cima a questa salita ci sarà il ristoro, prima mangio, bevo una birra, e poi decido cosa fare, se continuare sul percorso o scegliere la via più breve per Bologna. Mi sono ripromesso che il piacere di andare in bicicletta deve restare sempre al primo posto, “l’ammazzarsi” per portare a termine un giro non è più nelle mie corde, soprattutto quest’anno che non sono stato costante nelle uscite.

Va bene così, potrebbe andare peggio? Sì!

Sta di fatto che a Badolo ci devo arrivare…

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In qualche modo raggiungo il paesiello, ma al contrario di quello che credevo, il ristoro non è qui, ma a Brento … cazzo…

Beh, sono solo due chilometri e mezzo, che sarà mai!?

Alla fine, dopo venti minuti d’agonia, raggiungo gli altri alla Vecchia Trattoria Monte Adone. Non penso di avere una bella faccia, ma come da programma, chiedo all’Oste una buona birra e da mangiare, poi vediamo…

In sala a farmi compagnia ritrovo l’amico Giuseppe, Fabio, Davide, i tre PopBoys ed altre ragazzi, compreso un ciclista norvegese, siamo solo a 80 chilometri dalla partenza ma con 2000 metri di salita macinati, la fatica affiora anche ai più allenati. Finito il secondo panino, e l’ottima birra, dichiaro il mio forfait al branco, anche se aver mangiato qualcosa mi ha aiutato, non ho più voglia di affrontare altre salite, preferisco prendere la via più semplice ed aspettare all’arrivo chi completerà il giro. Per curiosità chiedo al Patron Giuseppe cosa manca per chiudere la Cartola. Le salite sono quattro ma mi basta ascoltare le caratteristiche dell’accoppiata Scascoli – La Guardia per essere ancora più convinto della scelta fatta. Con me si aggregano altri cinque, chi per motivi di orario, chi per una giornata no. Ringraziamo Giuseppe che riparte con gli altri amici, mentre noi, dopo un buon caffè, ci buttiamo sulla direttissima per Bologna, una lunga e dolce discesa senza nemmeno un cavalcavia.

Raggiunto Pianoro sento come d’incanto che la stanchezza lascia il passo alla voglia di pedalare, forse se mi fossi alimentato prima avrei potuto continuare il giro, il morale sarebbe rimasto alto e sarei riuscito a terminare la Cartola degnamente …. Forse… Mah… l’anno prossimo vedrò di organizzarmi meglio…

Bologna, vialoni, semafori, bar e come per magia la vista della Stazione Centrale. Ci siamo, la Velostazione è qui davanti a noi, la fine di una giornata particolare, una giornata vissuta in compagnia di vecchi amici e nuovi compari conosciuti su strade mai percorse prima, una gran bella esperienza.

Dentro alla Dynamo lo staff della Gran Cartola è al lavoro offrendo a tutti noi da bere e da mangiare, acqua o birra accompagnate da enormi fette della tipica Crescenta bolognese imbottita di mortadella, mai premio fu più desiderato!

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Non passa nemmeno un’ora ed arriva il “mio” gruppo,  dei velocisti mi viene da dire, perché è quello che nelle tappe di montagna chiude la carovana, tutti stravolti ma felici, stanchi ma soddisfatti, orgogliosi di aver portato a termine l’Edizione Zero della Gran Cartola.

Rimango qualche minuto a chiacchierare con gli altri ma poi alla fine mi convinco che prima si parte, prima si arriverà a casa dove una calda doccia e un meritato riposto mi aspettano.

Ancora grazie Giuseppe per averci omaggiato della Gran Cartola, grazie a chi ha pedalato con me ed a chi è stato di supporto con gli scooter, ai fotografi ed alla squadra della Velostazione.

All’anno prossimo, spero più in forma!

Ci si vede alla Muretti!

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11 Ottobre ’16 – Gravel (mah…)

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Dopo i vari test, e le ore passate ad osservare le immagini satellitari per scovare passaggi inediti, la traccia di quello che dovrebbe essere il percorso definitivo è pronta. Serve solo una verifica integrale e poi si potrà finalmente proclamare al Mondo che  il prossimo 4 dicembre si disputerà la prima edizione della GravelBrianzalandia, quella che passerà alla storia come la Gravel del Degrado.

In sintesi 120 km con 1.500 metri di dislivello, decine di siti archeologici industriali della Brianza che non c’è più, discariche abusive della peggior specie e le immancabili signorine in attesa di adescare gli sfortunati viandanti…. Tutto questo sarà GravelBrianzalandia… almeno spero.

In sella alla ormai inseparabile Alfa Mia parto all’avventura.

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Il tratto da Cusano ad Alserio è ormai un classico per me, giusto un passaggio dopo Agliate andrebbe modificato per evitare 300 metri di statale che ti espongono ad un traffico arrogante e poco rispettoso del ciclista. Mi impongo un passo tranquillo, la strada è lunga e visto che il tratto inedito è notevole, ci sarà occasione di fare chilometri in più per recuperare la strada di casa. Anche se ha piovuto nei giorni scorsi, il terreno è pressoché asciutto e compatto, sono poche le pozzanghere ed ancora meno i tratti di vero fango.

A Monguzzo sosta al Bar Sport, titolato, a loro insaputa, come primo ristoro della Gravel di dicembre.

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Strappetto per recuperare la chiesa del paese e poi giù di nuovo sullo sterrato per raggiungere la riva del lago di Alserio. Castagne ovunque, riempio le tasche e rilancio, oggi sono una roccia!

Dal paese di Alserio un tratto di asfalto per attraversare prima Parzano e poi Saruggia dove, appena fuori le porta, si mostra fiero di sé il rilievo di Montorfano, collina di origine morenica che deve il suo nome proprio alla sua strana posizione, lontano dalle altre cime prealpine.

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Raggiunto il lago ai suoi piedi, realizzo che la vera sfida inizia qui. La traccia da qui a Lentate è stata disegnata seguendo vie indicate da altri bikers, non ho assolutamente idea di quello che mi aspetterà, se sarà pedalabile o dovrò fare del trekking con bici in spalla… poche chiacchiere, prima mi butto, prima saprò di cosa morire.

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Senza entrare nel dettaglio i successivi 40 chilometri sono sostanzialmente l’essenza della Demenza.

Più di una volta mi sono trovato a sfondare pareti di vegetazione per poter proseguire per quella che reputavo la direzione giusta, boschi verticali seguiti da trincee scavate da ruscelli che fortunatamente per me in questo periodo sono ancora in letargo. Fuga da cani incazzati che hanno eseguito alla lettera gli ordini dei loro padroni respingendo, a morsi, chiunque, anche loro malgrado, avesse solcato al sacra terra di famiglia. Scivoloni da principiante su fanghiglia, passaggi abusivi attraverso cantieri abbandonati, e molto, molto altro…

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Questi quaranta chilometri mi sono costati una decina di escoriazioni, quattro tatuaggi di canini canini e 4 ore abbondanti della mia vita… alla vista del cartello “Comune di Lentate sul Seveso”  ho quasi pianto, la fine di un incubo, ho pensato.

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Sosta per un meritato caffè e poi di nuovo in sella per l’ultimo tratto, l’intero Parco delle Groane dal confine nord sino alla stazione di Garbagnate Milanese, dove avrei agganciato il Canale Villoresi per recuperare prima Nova e poi Cusano.

Alle 18:15 sono davanti il cancello di casa, 130 chilometri, 1500 mds, 10 ore trascorse di cui otto scarse in movimento. Gran bella mazzata, ma sono soddisfatto, nessuna crisi, gambe che sino all’ultimo hanno girato come un orologio e soprattutto una forza mentale inaspettata. Sabato, se tutto andrà come deve, sarò a Bologna ospite dell’amico Giuseppe Misurelli, ideatore de “La Gran Cartola“, 120 km con 3000 mds tutti intorno alla Sua città, una Muretti Madness sotto la Torre degli Asinelli.

“Ti spiezzo in due Cartola”

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14 Luglio ’16 – ALFA (Mia)

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Il primo amore non si scorda mai… se il secondo non è una cavalla di razza…

Da oggi comincia una nuova storia d’amore, meglio dire di sesso.

L’ho battezzata Mia, telaio sartoriale che gli amici di Alfa mi hanno cucito addosso. Set di tubi Columbus Spirit (mondo Corsa) e Zona (mondo Mtb) saldati a Tig su un unico telaio, serie sterzo conica accompagnata da una forcella full-carbon asimmetrica prodotta da 3T Cycling, geometria corsa con scarpe gravel, una specie di Dr Jekyll & Mr Hyde. Molti i richiami ai dogma dei grandi telaisti, movimento centrale da 68 mm, tubo piantone 72,50°, orizzontale parallelo al terreno, pendine forcellini pantografate, diametro canotto sella da 27,2, nessun collarino reggisella ma le più classiche asole saldate al tubo piantone, sull’anteriore, per non ostacolare il bikepacking. Per la parte Gravel, Mr Hyde, carro posteriore a 43,50, altezza da terra 27,50 cm, perno passante su entrambe le ruote con l’indispensabile impianto frenante a disco, infine terzo porta portaborracce sull’obliquo, una chicca. Tutto questo shakerato con maestria per poggiare sulla vera figata del progetto, la libertà di utilizzare set di ruote differenti a seconda delle necessità, da 27.5 (650b) con pneumatici di grossa sezione, per un uso Trail-Divide, o le più tranquille 700c accoppiate a gomme slick o leggermente artigliate per un uso più stradale/cicloturistico. Due in una, una per due.

Per il gruppo abbiamo deciso di montare Sram Rival 1 con pacco pignoni Shimano XT 11 rapporti, 38 denti sulla guarnitura, 11-40 per la cassetta, mentre l’impianto frenante Avid BB7 è comandato da leve Rival meccaniche. Trittico attacco-piega-reggisella 3T-Cycling, portaborracce King-Cage steel. Le ruote, per ora le titolari sono le DT Swiss Spine M1700 27.5 con gomme Schwalbe Thunder Burt da 2.25, tassellate ai lati meno aggressive al centro, per le 700, stiamo ancora valutando la migliore soluzione per Mia… dimenticavo i pedali, Crank Brothers Candy 2.

Discorso a parte la verniciatura. Qui Giovanni ha voluto esagerare oltre ogni limite. Trattandosi di un telaio su misura, unico, non di serie, anche il colore doveva essere esclusivo, irripetibile. Di base sono stati scelti due colori, un arancio citrus ed un giallo corn, il primo dominante nella parte anteriore, il secondo più gentile ma non meno imperante nella parte posteriore. In primo piano, un caos organizzato di mille sfregi di colori diversi, con l’unico obiettivo di trasformare la staticità di un “dipinto” in un arabesque psichedelico, un’alterazione sclerotica al bulbo oculare.

Il risultato nel suo insieme è impressionante!

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All-terrain è riduttivo… la chiamerei DDI – Disturbo Dissociativo dell’Identità, la bici dalle mille personalità.

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Non vedo l’ora di perdermi con Lei oltre i confini del Mondo…

 

 

More info http://www.Alfa-Cicli.ch

Foto by @Granciclismo

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15 Giugno ’16 – A spasso con BigA Sr

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All’incirca un anno fa raggiungevo la cima del Passo Spluga in compagnia di Giovanni e dell’amico Francesco. Fu una giornata particolare, tempo trascorso in ottima compagnia in una delle location più suggestive della Lombardia. Ancora oggi ho vivo il ricordo di quel piatto di pizzoccheri ricevuti come premio dopo la faticata nel raggiungere la vetta.

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Quest’anno vorrei alzare l’asticella, non fermarmi ai 2.113 metri del GPM, ma scendere in Svizzera e percorre un anello affrontando AlbulaPass, più sicuro e suggestivo rispetto allo Julier, attraversare l’Engadina, e raggiungere Chiavenna discendendo il MalojaPass.

Dopo essermi confrontato con Chief, mio alfiere all’Asteria private-edition, finesseur dello stesso ring giusto qualche giorno fa pedalando i 190 chilometri con 4.000 metri di dislivello in poco più di 10 ore, mi sono convinto, e mi ha convinto, che non è del tutto fuori dalla mia portata… è un azzardo, ma se solo riuscissi ad anticipare di molto la partenza,  a gestire ogni singolo tratto con la giusta esperienza, potrei pensare di chiudere il giro tra le 13 e le 15 ore, prima che la luce mi abbandoni e le tenebre prendano il sopravvento.

Deciso! giorno di ferie, sveglia alle 4:00! devo essere a Chiavenna prima delle 6:00 per poter sfruttare al massimo la luce del giorno.

“De per tì, te ve no! Te vegni adré cunt la macchina” –  “da solo non ci vai, ti seguo io in auto”. Così ha sentenziato Andreoni Senior dopo aver realizzato quanti chilometri e quanta salita avrei dovuto affrontare da solo, pur conoscendo la mia testardaggine, questa proprio non l’avrebbe fatta passare. Come Garibaldi dinnanzi Vittorio Emanuele II, anch’io sono stato costretto a chinare la testa e rispondere “Obbedisco!”. In verità è da qualche tempo che vorrei passare una giornata padre/figlio soli su strade di montagna, questa è l’occasione giusta per realizzarla…

Seguire un ciclista con l’auto è impegnativo quasi quanto pedalare. Per evitare di trasformare una gita in un incubo, decido di affrontare in bici le sole salite, tutti i trasferimenti, e le discese, saranno in auto, questo per ottimizzare al massimo il tempo, ma anche per trascorrere più tempo con il “Capitano”.

Analizzando le performance di Chief e calcolando i tempi di passaggio con l’auto, si potrebbe prendere in considerazione l’idea di aggiungere il Bernina, sempre se ci sarà ancora benzina nelle gambe… Iniziamo a partire, poi si vedrà. Con l’uscita di sabato a Piano Rancio sono sufficientemente convinto che almeno lo SplüghenPass si possa affrontare con un certo “stile”. Discorso diverso sull’Albula, qui sono quasi certo che riemergerà l’inconfondibile passo dell’orso, figuriamoci sul Bernina poi…

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7:30 siamo a Chiavenna, il meteo per ora è dalla nostra, dopo un caffè e una fettina di strudel alle 8:00 in punto può cominciare la nostra avventura, io attaccando le prime rampe dello Spluga, il Capitano poco dopo in auto sostando di tanto in tanto per scattare foto ed ammirare il panorama.

Fin dall’inizio impongo una cadenza di pedalata che garantisca un passo costante per tutti i 30 chilometri della salita, vorrei arrivare al GPM senza fermarmi, con un cardio vicino ai 150 bpm sono abbastanza certo di evitare, almeno per questa prima salita, momenti di crisi vera.

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Il traffico è pressoché assente, l’unica auto che risale il Passo è la Polo bianca di mio Padre. Sbirciando nell’abitacolo quando mi supera, e lanciandogli un’occhiata quando è intento a fotografarmi, ho l’impressione che si stia divertendo molto più lui di me che sono in bicicletta… ovviamente…

Raggiungo Campodolcino con estrema facilità, qui un breve tratto di falsopiano prima di arrivare allo spettacolo del cavatappi dello Spluga. Sarò sincero, l’emozione non è la stessa dell’anno scorso, forse perché la prima non si scorda mai, o forse perché ritrovandomi solo, sono più concentrato sul ritmo che sulle bellezze che mi circondano, non saprei…

Affidabile come un Angelo Custode, appena fuori l’ultima galleria, ritrovo sul ciglio l’ammiraglia in attesa del mio passaggio.

Tutto bene?

Tutto ok, aspettami al bivio per Madesimo, da lì mancheranno ancora 11 km al GPM.

Ok, vado.

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Pur salendo in altitudine, la temperatura non scende mai troppo per richiedere l’uso della mantellina, anzi, aver messo la Torm merino è stato il compromesso migliore come protezione e traspirazione, potrei anche abbronzarmi se il tempo tiene…

Senza alcun tentennamento raggiugo la grande parete della diga dello Spluga, qui un lungo tratto in pianura e poi l’ultimo strappo per raggiungere i 2113 metri del passo. Il passaggio da Monte Spluga mi ricorda un set di un film Western, fila di case ai lati dell’unica via di transito, una chiesa, qualche bar (saloon) e subito là davanti la fine di quello che a detta di alcuni è l’abitato italiano più lontano dal mare… il comune più lontano è Madesimo, ma questa frazione è ancora più a nord. Siamo a 1910 msm, l’aria è frizzante, e l’altitudine, se pur minima, non da alcun fastidio, uno sprint di un paio di chilometri ed il GPM sarà mio!

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Con un pubblico di marmotte ai lati degli ultimi tornanti, conquisto il passo staccando pure un gran tempo! Soddisfatto e felice, raggiungo Leonzio che da qualche minuto attende paziente il mio arrivo per immortalare con la Sony questa prima scalata over 2000.

Giusto un paio di minuti per qualche scatto, mi cambio subito con indumenti asciutti per evirare un colpo d’aria, siamo sempre in alta montagna e rimanere bagnati in manica corta non è certo intelligente.

Mio padre è carico, io sono carico, possiamo dunque infilare la bici in macchina e continuare la nostra avventura in terra crociata.

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Splüghen, riemergono ricordi di intere giornate passate sugli sci a combattere con delle “àncore” troppo basse per mio padre, troppo alte per il fondoschiena di un bambino. Si andava a sciare in Svizzera perché costava di meno, una volta… Qui un buon caffè è sacrosanto! Caffè lungo per me, macchiato per Leo. Dimenticavo, il Svizzera se vuoi un caffè come lo intendiamo noi devi chiedere un Espresso, altrimenti di arriva un beverone di mezzo litro…

 

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Salutiamo Splüghen puntando Thusis, direzione Nord-ovest. La strada è fantastica, oltre a costeggiare laghi di color rubino ed attraversare gole così strette che le vette sopra le nostre teste sembrano toccarsi, incontriamo di tanto in tanto dei ciclisti, molti carichi di borse e saccopelo, quasi nessuno pedala su full-carbon in tenuta Rapha extralight, hanno sempre il sorriso sulle labbra, ed il loro sguardo è sempre rivolto al cielo per godere ogni singolo istante del loro viaggio… ho un pizzico d’invidia nei loro confronti, uno stato mentale che vorrei raggiungere per definirmi finalmente un ciclista maturo.

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A Thusis deviamo a destra per raggiungere Tiefencastel, bivio e punto di partenza ufficiale per AlbulaPass e JulierPass. Il nostro programma prevede di ricominciare a pedalare da Bergün, 17 km più avanti, dove l’AlbulaPass inizia ad aver senso,  da qui mancheranno 14 km con quasi 1000 metri di dislivello per raggiungere il valico.

Dopo una birra ghiacciata ed un tradizionale caffè-beverone all’Hotel Weisses Kreuz, tiriamo giù la bici e ci prepariamo per il secondo over 2000 di giornata, l’AlbulaPass con i suoi 2.315 metri sul livello del mare.

La partenza è su un pavé che attraversa l’intero centro abitato, ma poi, dopo nemmeno un chilometro, la strada si impenna su pendenze vicino il 9% mollando solo per brevi tratti. Causa il lungo trasferimento, causa la mia poca preparazione, questa seconda salita si fa sentire, non tanto nelle gambe, ma nel fiato, che tende da subito ad oltrepassare il limite che mi sono imposto come regime ideale per raggiugere il GPM senza troppo penare. Adeguo immediatamente il passo e tengo sotto controllo il battito cardiaco, la velocità sarà di conseguenza, poco importa.

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Più di una volta si condivide la salita con i binari della linea ferroviaria, gallerie, tornanti infiniti che poggiano su enormi ponti che aiutano il trenino rosso a guadagnare metri verso il Passo, uno spettacolo di ingegneria e genialità che non danneggia affatto il paesaggio, ma lo esalta evidenziandone la sua bellezza. A Preda la retica mi saluta lasciandomi solo sulla via verso i 2300 del Passo. Qui inizia anche il tratto più spettacolare dell’Albula, risalendo la parete del  Cresta Mora, pini ed abeti lasciano spazio alla roccia nuda, a volte colorata da arbusti e licheni dai colori più disparati, trasformando questi ultimi metri in un paesaggio lunare, in alcuni tratti ricorda vagamente il Gavia. La temperatura è scesa parecchio, dietro di me sta arrivando una perturbazione che non promette nulla di buono, si sentono tuoni in lontananza, e visto che siamo in montagna, è il caso di farsi trovare al riparo prima che apra il rubinetto e scarichi acqua gelida sopra le nostre teste.

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Stile, andato, cardio, fuori controllo, raggiungo i 2.315 metri nel miglior modo possibile. Ad attendermi il Capitano che, soddisfatto quanto me, mi ritrae nella più classica delle foto con il cartello AlbulaPass al mio fianco. Mi guardo attorno… gran bel posto… bella salita… bella compagnia… ma per oggi basta così, carichiamo la bici in auto e mangiamo finalmente qualcosa di caldo.

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Una volta sfamati e riscaldati a fianco di una magnifica stübe nel Rifugio sul Passo, risaliamo in auto per guadagnare il paese di La Punt-Chamues, dove si deciderà se deviare per Pontresina e scalare il Bernina, oppure tirare dritto per il Maloja e scendere su Chiavenna.

Giunti in Engadina la scelta non è affatto complicata, piove già da qualche chilometro, nel fondo valle ci infiliamo in una vera e propria bomba d’acqua, quindi niente Bernina e via diretti verso casa, 45 chilometri di “salita in purezza” con 2700 metri di dislivello sono più che sufficienti per questo mercoledì di metà giugno. Prima di lasciare la Svizzera però, ci fermiamo in Farmacia per comprare un prodotto miracoloso a base di erbe usato da mio padre per combattere il raffreddore, in Italia non si trova e visto che siamo qui, perché non approfittarne?

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Il tempo peggiora sempre più, la grandine potrebbe arrivare da un momento all’altro… speriamo di evitarla per non danneggiare l’auto. Raggiunto Maloja iniziamo la discesa, passati la Dogana, oltre ad essere entrati di nuovo in Italia, anche il brutto tempo sembra essersi fermato al di la della frontiera, qualche goccia ancora, ma nulla di drammatico. A Chiavenna sosta per un caffè degno del suo nome!

Sulla strada verso casa si chiacchiera del più e del meno, io sono abbastanza stanco, mio padre sembra carico come al mattino, questa giornata in alta montagna gli ha fatto proprio bene.

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18:30 arriviamo a Cusano, 400 e più chilometri su strade uniche che solo la Montagna può regalare.

Anello Spluga-Albula-Maloja in bici da solo, un’impresa.

Anello  Spluga-Albula-Maloja con Leonzio sull’ammiraglia, una figata!

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A night with…

Primavera, tempo di notturne…

21 Aprile ’16 Consonno

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24 Maggio ’16 Cornizzolo

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07 Giugno ’16 Valcava

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12 Maggio ’16 – Coppa Asteria private edition

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Il 21 maggio non potrò essere al via dell’Evento ufficiale organizzato dai ragazzi de “La Popolare Ciclistica”, ma la voglia di provare il percorso senza aspettare l’edizione dell’anno prossimo è talmente forte che ho deciso di provarlo in versione “Brevetto permanente”.

L’idea è rispettare alla lettera la traccia del percorso senza inserire modifiche o tagli, la realtà sarà quella di partire e viverla “de panza”, unica filosofia che non mi ha mai deluso…

Avvisati delle mie intenzioni, riesco ad indurre in tentazione tre rappresenti della squadra, Chief, Luca ed Alessandro,  per loro sarà un ulteriore test del percorso, per me sarà la Coppa Asteria “private edition”.

Sono contento che sia stato proprio Chief a rispondere presente al mio invito. Non ci conosciamo da molto, a dire la verità abbiamo scambiato a malapena due parole lo scorso 19 marzo quando, io in scooter, lui in bici, si portava a termine qualcosa che sarebbe passato alla storia come l’Edizione Zero del Giro del Demonio. Con lui gli under 30 della Popolare, troppo giovani per i miei gusti, questi hanno una soglia di sopportazione troppo alta rispetto a noi vecchietti, cercherò di sfiancarli mentalmente…

La data per il rendez vous è fissata al 12 maggio, per rispetto dei ragazzi che per un giorno saranno i miei compagni di squadra non ci sarà l’opzione rinvio, sole o pioggia poco importa, così deve essere, e così sarà.

L’appuntamento è per le 8:00 davanti al Palasport. Io, per evitare il traffico della tangenziale, decido di partire con ampio margine, al massimo attenderò i miei soci al bar del palazzetto, Chief Ale e Luca partiranno da casa già in bici, anche se dovranno fare qualche chilometro in più per attraversare la città.

7:30 sono ad Alzano. Piove, non poco. Passo per il centro per ingannare l’attesa. Alla vista di un caffè decido di sostare per fare una seconda colazione, torta fatta in casa e latte macchiato, ottima scelta per caricarmi d’energia. A meno dieci mi sposto al Palazzetto, giusto il tempo di preparare la bici e completare la vestizione, a breve arriveranno gli altri.

La Popolare è già schierata, peccato che io sia al Palasport di Alzano, mentre loro al Palasport di Bergamo!

“De panza”, come detto prima… senza troppe chiacchiere, io salto in sella e pedalo verso Bergamo, Chief e compagni risalgono in direzione Alzano, l’incontro sarà festeggiato con il primo di una lunga serie di brindisi.

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Alle porte di Bergamo, sotto una pioggia battente, finalmente ci incontriamo, Chief in strada da oltre due ore è fradicio, Alessandro e Luca non sono da meno, un pit-stop per salutarci a dovere, scambiare due chiacchiere e, perché no, riscaldarci davanti ad un buon caffè è sacrosanto!

Eccitati come bambini dentro un negozio di giocattoli ci caliamo anima e corpo nel tracciato Asteria.  Ci intendiamo immediatamene sul mood della giornata, si seguirà la traccia Gps, ma fin da subito siamo d’accordo che non si dovrà per FORZA portare a termine il giro, il “quanto basta” sarà perfetto, ne metro più, ne metro meno.

Chiacchiere, tante, muri, molti, bestemmie, speriamo poche, passo lento anche per colpa della pioggia, e se si dovrà camminare, si camminerà, l’importate è aver già fissato un ristoro coi fiocchi ed un montepremi in birre degno del suo nome, alla tua Asteria!

A proposito di Asteria, ho chiesto informazioni su chi fosse e perché le hanno dedicato questo evento. Pare fosse figlia del nobile Lupo, poi divenuto Santo, che la diede in sposa a un generale germanico. Dopo la morte del marito, tornò a Bergamo dove fondò un ospedale per i poveri e per i militari senza salario. Alcune fonti riportano essere sorella di Grata, compagna di Alessandro, oggi patrono di Bergamo. Grata e Asteria furono dichiarate responsabili della sepoltura con rito cristiano delle spoglia di Alessandro, ucciso dai romani, per questo condannate entrambe a morte per decapitazione, non prima di essere crudelmente torturate, a quei tempi andava di moda così. Nel ex-oratorio di San Lupo (Bergamo Alta), è possibile ammirare un affresco raffigurante Asteria e Grata nell’intento di ricomporre il corpo di Alessandro deponendo le sue membra su un vassoio in argento. Questa dovrebbe essere la storia, in pratica, dei tre la meno conosciuta è proprio Asteria, per questo i ragazzi “della Pop” hanno dedicato la prima NONGARA della città di Bergamo proprio a Lei.

Tornando ai giorni nostri, già dalle prime asperità si capisce che si sta pedalando dentro qualcosa di unico, di impagabile. La salita verso città Alta da Via Sant’Alessandro è uno spettacolo, ciottolato e lastricato compongono il fondo strada, muretti in pietra ne delimitano la carreggiata, nel finale il passaggio attraverso le Porta di San Giacomo proclama questo primo tratto la sintesi perfetta di Coppa Asteria, poco da aggiungere se non “magnifica”!

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Si passa accanto alla Stazione della Funicolare per poi ridiscendere seguendo la traccia che ci spinge verso il lato Est dove, uscendo dalla Porta di Sant’Agostino, percorriamo un segmento in falsopiano che ci porta al “secondo assalto del colle bergamasco”, la salita della Boccola, sul lato nord. A circa metà dell’ascesa, in prossimità della Porta di San Lorenzo, lo spettacolo che offre la città alta è impagabile, uno scorcio per me inedito, visto che l’ho sempre ammirata dal versante opposto, dall’autostrada per intenderci. Anche in questo passaggio il tratto in città alta dura un battito di ciglia, subito ci tuffiamo in discesa sul viale delle Mura per uscire dalla Porta di Sant’Agostino ed  una volta attraversata la Galleria Conca d’Oro arriviamo ai piedi di una delle salite in città tra le più lunghe e caratteristiche che questo giro ci propone, la scalata di San Martino alla Pigrizia e via Borgo Canale, primo tratto in asfalto, il secondo in pavé, una figata!

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Dopo il GPM di San Vigilio, uno dei punti panoramici più alti della città, un susseguirsi di muri brevi ma micidiali, Via al Castello, Astino, e via Fontana. Siamo a 42 circa dalla partenza, le sensazioni sono ottime, francamente a questo punto del giro mi sento di dire che i ragazzi de “La Popolare Ciclistica” hanno fatto un ottimo lavoro, superbo sia per aver accordato in maniera fantastica questo groviglio di strade, sia per aver inserito segmenti ai più sconosciuti di una Bergamo inedita, segreta.

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Un Campanile in lontananza ci ricorda che a mezzogiorno si mangia. Il destino ci spinge verso una delle trattorie storiche di Bergamo, la Parietti. 4 posti per 4 ciclisti con tanta voglia di mettere qualcosa sotto i denti. L’accoglienza parla chiaro, tovaglia a quadri, posate, pane e litro di rosso sfuso già sul tavolo. Non ci perdiamo d’animo ed a digiuno brindiamo! Il primo a Lei, alla Martire Asteria. Il secondo a noi, ai quattro cavalieri zuppi di pioggia. Il terzo alla Coppa, che sia un successo assoluto. Il quarto… non ricordo…

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Bannate barrette ed integratori, la dieta del ciclista prevede: Risotto alla parmigiana, polenta e zola con contorno di peperoni, oppure pasta al ragù, polenta con spiedini ed insalatina mista come diuretico per la coscienza… il tutto a 10 euro compreso caffè! e chi c’ammazza!?

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Terminato uno dei migliori ristori della mia carriera, riprendiamo le biciclette per rientrare nel percorso di Asteria. Lo spirito è al top, le forze per ora ci sono, la digestione inizia a farsi sentire… vediamo che accade…

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A mio modo di vedere qui finisce il tratto facile del tour ed inizia la parte più tosta, si smette di ammirare il paesaggio e si inizia a soffrire sui pedali, qui il percorso cambia pelle, e sino all’arrivo ad Alzano, Coppa Asteria diventa un mostro che in pochi potranno dire di aver domato senza aver mai messo il piede a terra, ne sono convinto. Le ultime due salite, meglio chiamarle pareti, sono al limite dell’umano, Castello e Lonno, a detta dei ragazzi della Popolare, sono impossibili! Qui l’asfalto ti guarda dritto negli occhi ! (Cit Chief)

Per mia fortuna il nostro “quanto basta” oggi si ferma al GPM di Bruntino, l’anticamera degli inferi bergamaschi, come mi piace immaginare questi ultimi 40 chilometri.

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Giro spettacolare, compagnia superlativa.

Rientriamo a Bergamo dalla statale, con Chief davanti a tenere un passo da granfondista. Per raggiungere la Città Alta prendiamo la Boccola, salita già affrontata nei primi chilometri del giro di oggi. Mi accompagnano al Circolino della Città dove ci premiamo con un ottima birra ghiacciata. A Noi!

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Chief Alessandro e Luca, tre ragazzi che vivono la bicicletta come vorrei viverla io, grazie della vostra compagnia. La Popolare, avanti così, la strada è quella giusta. Daniele, tieni unito questo gruppo, non tradite mai l’ideale che vi ha uniti, è la Vostra forza. Bergamo, un arrivederci a presto.

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Strappi su ciottolato, vicoli in lastricato, muri in pavé, salite su asfalto, trasferimenti su sterrato, cavatappi nella savana, Ciclabili al 14%, vecchie gallerie di linee ferroviarie abbandonate, passaggi mozzafiato, tutto questo è Bergamo, tutto questo è Coppa Asteria!

 

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6 Aprile 2016 – Frontaliers 200k

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Con una serie di sensazioni negative che mi perseguitano da inizio anno, e la pessima uscita alla Martesana Van Vlaanderen di sabato scorso, ho rischiato di entrare in un vortice di brutti pensieri che stava per intaccare il mio Credo per le biciclette.

Per questo, ma anche per onorare l’ormai tradizionale uscita mensile infrasettimanale, ho deciso di approfondire ancora una volta cosa mi stesse accadendo, un ulteriore riscontro sulla mia condizione fisico/mentale.

Il percorso era abbastanza semplice, raggiunto Lecco avrei costeggiato il Lago sino a Bellagio. Da qui traghetto su Menaggio e poi tre alternative, verso Como se fossi arrivato a Bellagio già in riserva, su Porlezza per il giro del lago di Lugano, o verso Argegno per risalire prima la Val d’Intelvi e poi giù in Val Mara a salutare Giovanni.

Giovanni, avvisato del mio passaggio, ha pensato bene di aggregarsi proponendomi un programma che non si poteva rifiutare, punto d’incontro Cernobbio per poi entrare in Svizzera e puntare salite e salitelle sparse nella terra di mezzo tra Canton Ticino e varesotto, un giro a petali, dove ogni singolo petalo rappresentava una salita, con la possibilità, se solo ci fossimo trovati in un impasse, di evitarne uno o più senza compromettere il giro.

Alle 8:30 siamo seduti in un Caffè nei pressi dell’Aero Club Como, io in bici da Cusano, Giovanni grazie al passaggio delle Ferrovie svizzere.

Due chiacchiere ma poi via in sella per l’avventura di oggi. Prima rampa di giornata a Pobbia direzione Novazzano, un chilometro e mezzo per scaldare la gamba dopo la colazione. Discesa e breve piano sino a Rancate dove inizia la salita verso Meride, piccolo paesino adagiato sull’altopiano ai piedi del Monte S.Giorgio, massiccio che obbliga il lago di Lugano a disegnare i due rami d’acqua, un lato ad oriente verso Riva San Vitale, e l’altro alla sua sinistra, dove si affaccia Porto Ceresio.

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Anche se la giornata fatica ad aprirsi, il clima più che mite fa si che si pedali senza soffrire il freddo, anzi, era meglio presentarsi con qualcosa di più leggero, siamo ormai nel pieno della primavera e se anche dovessimo salire di quota non credo che le temperature si irrigidiscano più di tanto.

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A Meride pausa caffè, la piccola piazzetta circondata da case in sassi ci convince che una sosta qui è un piacere anche per gli occhi, non solo per le gambe…

Rientrati in Italia dalla Dogana di Saltrio, recuperiamo il Lago a Porto Ceresio per pedalare al suo fianco sino a raggiungere Ponte Tresa, sede del nostro ristoro. Mancano alcuni minuti a mezzogiorno, decidiamo comunque di fermarci e mettere qualcosa sotto i denti, non vogliamo soffrire la fame durante l’ascesa verso Alto Malcantore, 13 chilometri di salita con 550 mds. Un paio di panini, una birra solo l’ideale, il caffè e poi di nuovo in sella per rientrare in Ticino.

All’attacco della salita, appena sotto il comune di Pura, il Sole rompe gli indugi e si affaccia deciso sopra di noi. Per quanto mi riguarda sono piacevolmente sorpreso da come girano le gambe, non so bene cosa stia accadendo, se la giornata particolare, la compagnia, il percorso, oppure il gran telaio che oggi mi accompagna … sta di fatto che più pedalo, più prende forza l’idea di chiudere il giro in sella a questo cavallo di razza, anche se questo significherebbe sfiorare i 200 chilometri e condividere gli ultimi 40 km con un traffico di pendolari ignoranti ed irrispettosi dei ciclisti… ma se la situazione è questa, ben vengano gli ingorghi sulla via di casa!

La salita per Alto Malcantone mi ricorda i tapponi del Tour de France, salite infinite con pendenze mai proibitive, adatte a bestioni come noi. Ci sono pochi tornanti, forse un paio, il resto dell’ascesa si sviluppa sul fianco del Monte Lema, sfiorando i paesi di Curio, Miglieglia, Breno, Fescoggia,  sino al GPM di Alto Malcantone.

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Il passo è costante, lontani dalle auto, ci godiamo appieno il paesaggio boschivo che ci circonda. Arrivati ad Arosio, pit-stop alla fontana al lato della strada per rabbocco della borraccia e per prepararci ad uno dei tratti più incredibili che abbia mai percorso, 20 tornanti in meno di 2 chilometri, uno spettacolo, soprattutto se affrontati in discesa come stiamo per fare noi oggi. Le foto qui sono d’obbligo, a turno scegliamo l’angolo più opportuno per immortalare il passaggio dell’altro nel modo migliore, un set naturale per un servizio super!

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Finito, purtroppo, questo vero e proprio cavatappi, sostiamo un paio di minuti a lato strada per decidere il da farsi, a sinistra per l’ultimo petalo, oppure a destra per avvicinarci a Lugano e poi seguire la via verso casa?

L’idea di affrontare ancora una salita è in parte respinta dall’adrenalina ancora in circolo per questa discesa dai mille tornanti, pensare di non trovare qualcosa di pari o meglio di fatto condanna l’ultimo petalo a rimanere sulla carta… meglio girare le bici direzione casa e rimandare l’appuntamento con l’ultima salita alla prima occasione che si presenterà, quando, magari, oltre all’ultimo anello di questo giro, si vorrà affrontare questi incredibili tornanti in senso opposto.

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Dopo il passaggio obbligato per Lugano, gli ultimi chilometri verso Maroggia sono in totale relax. Giovanni insiste per accompagnarmi a casa in auto, io sono sempre più convinto che ho nelle gambe questi sessanta chilometri per rientrare a Cusano. E così faccio, convinco il Socio a lasciarmi andare solo, con la promessa che se mi fossi trovato in difficoltà avrei chiamato o avrei preso il primo treno diretto a Milano.

Durante la discesa verso Chiasso decido di rientrare da Cantù anziché da Tavernerio, è parecchio che non passo da quelle parti. Pur avendo qualche timore per il caos che incontrerò sulla salita della Napoleona e nel primo tratto della Canturina, sarò però nella giusta direzione per far visita a Doriano. Voglio passare dal quartier generale Bixxis per due motivi, il primo; rispettare la promessa di mostrare loro la bici montata, secondo; chiedere conferma se le grandiose sensazioni di oggi sono provocate dal “telaio su misura”, per me un’esperienza nuova dopo anni di adattamento.

Prima però devo arrivare a Seregno… una volta rientrato in Italia, dal valico di Maslianico, ho a che fare con un traffico delirante di auto, mezzi pesanti e pendolari di vario tipo, si rischia qualcosa di troppo nel condividere la strada con questi pazzi, soprattutto dopo una giornata sulle strade svizzere dove il rispetto per le due ruote è al primo posto nelle priorità degli automobilisti… in poche centinaia di metri, due Mondi opposti!

Passato il centro di Como rimanendo in scia di un Bus per sfruttarne la prepotenza, risalendo la Napoleona sul marciapiede per salvare la pelle, raggiungendo Cantù rasando il ciglio per non farmi buttare nel fosso, riesco finalmente a conquistare Seregno, giusto in tempo per scambiare due chiacchiere con Doriano. Non rimango molto in sua compagnia, inizia ad essere tardi, ci diamo appuntamento per un caffè e riparto con in tasca molte più certezze di quelle che avevo questa mattina.

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Il morale è alle stelle, il traffico mi perseguita ma sono troppo forte per scendere a compromessi con questi sfigati. Ultimo chilometro a chiodo come omaggio a questa giornata di riscatto.

Chiudo con quasi 200 chilometri e 2000 metri di dislivello… che faccio riparto?! Ho ancora un paio d’ore di luce!

 

foto @Granciclismo @MaxBigandrews

 

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