20 Dicembre ’20 – Solstizio XX XX Outskirts

Non mi stancherò di ripeterlo, Outskirts a mio parere è l’estrema sintesi di ciò che una bici da corsa con le Vibram può offrire, in più, ogni volta che la percorri, ti regala una Milano diversa, “da respirare” più che “da bere”.

Per questo motivo quest’anno, appena ho potuto, mi sono infilato sulle tracce di Outskirts, solo, in compagnia, sotto la caldazza, circondato da tupipani o, come è successo quest’ultima volta, sotto la pioggia in una versione Solstizio XX XX .

Aderenti alle direttive DPCM, in pochi amici abbiamo pensato di ritrovarci per un ultimo giro prima delle “Feste” (diciamo così) di Natale. Io, Davide, Roberto, Beppe, Stefano, Paolo, Giorgio e Chief, senza riserve sul meteo, ci siamo dati appuntamento più per brindare alla fine di questo maledetto anno che per pedalare seriamente nei tratti di sterro sparsi sul ring.

Sarà stata la pioggia, sarà stato il ristoro in cima del Monte Stella, ma anche questa volta l’amico Giorgio ci ha regato un gran bel pezzo dedicato al giro e, molto volentieri, lo riporto integralmente qui sotto.

Solstizio d’inverno: sì, ma il sole dov’era?

Altre congiunzioni astrali, siderali coincidenze, movimenti nelle sfere celesti e crociere verso l’infinito e oltre ci attendevano, ma il giorno dopo. Noi siamo in anticipo di oltre ventiquattro ore. Il cronografo segna l’ottava ora del giorno, anzi dopo, grazie a un tour imprevisto sulle tangenziali milanesi di chi narra, con ritardo inammissibile. Così, io sono l’ottavo Re Mago, quello ritardatario: perché a Milano il tempo – anche quando è brutto – è prezioso e la puntualità è dovere morale. La nonna di mia moglie, nativa dell’Isola Garibaldi,  andava alla Centrale con così tanto anticipo da prendere il treno prima. Mi spiego?

Noi, Re Magi di periferia, suburbani. Ma i nostri sono cammelli a pedali: d’acciaio (bellissima la Bice, nuova di pacca, di Beppe sottratta alla custodia dell’albero di Natale) così come l’Alfa di Max, rinata, stampellata sull’anteriore dalla lefty Ocho alla prima uscita seria, o d’alluminio come per le front di Roberto e il Gabbo, con la bella Cannondale d’antan da vere ruote grasse, o in fibra, con i gemelli perfetti dalle Topstone uguali precise di Stefano e Giorgio, e Paolino con la Trek. Il Davide in Ebike, un vero dromedario elettrico: lui, il Mago che porta l’oro.

Nel solstizio d’inverno alla milanese, noi otto ciclisti ci cammelliamo a compiere il perimetro della metropoli in una giornata piovigginosa, da lamento e coperte nel letto: Outskirts, lo conoscete, ma senza sole e magnifiche sorti panoramiche e progressive. Bigio e grigio. Senza cometa. Milano d’inverno, come ha da essere. Con la caligine e la bruma, con Totò e Peppino per andare dove dobbiamo andare, dove dobbiamo andare? Coi grattacieli spuntati, mozzati per vendetta dalla nebbia che non vedi dove arrivano.

Milano e la pioggia, quella che c’era prima del cambiamento d’epoca e climatico, prima del virus, prima del duemilaventi, accidenti. La pioggia, quella migliore. Che ti dice:
 “no, varda, è solo pioviggine, solo puntini sul parabrezza e sulle lenti degli occhiali; una roba che non peggiora, tranquillo, pedala te gh’è la GRAVEL, no?”
E qui il dialetto milanese che conosce minga ‘sta parola inglesa, dovrebbe in effetti aggiungere:
“ma se l’è  questa cosa della GRAVEL? “
e mentre tu di metteresti lì, d’impegno, a spiegare che la parola vuol dire ghiaia, che negli States, ecc. ecc., e il traffico, e il fuoristrada, e non è una moda, e l’acciaio, e l’alluminio, e i freni a disco, e le gomme, tubeless o con camera d’aria, o da 37, da 42 e il cerchio più grande, più piccolo, e questo e quest’altro, Milano e il milanese avrebbe portato l’attenzione altrove – anzi, l’avrebbe fatto dopo 22 secondi – perché non abbiamo tempo, si va e si fa di fretta, se sta minga cont i man in man e se sei qui per pedalare, pedala e si pedala con i garoni non con le chiacchiere.

Così, si passa Affori e la sua banda, lasciato il Parco Nord, di punta verso la Buisa (si direbbe Bovisa, ma suona male) e scalvacata la relativa stazione il corteo, distanziato come si deve, si inabissa nel sottopassaggio di Villapizzone  e riemerge verso il Mac Mahon, e la Gilda, viale Certosa, dove una certa aria da Rocco e i suoi fratelli è rimasta in zona. E’ la Milano-non-Milano, questa. Quella dei Corpi Santi, una storia interessante da vedere su https://it.wikipedia.org/wiki/Corpi_Santi_di_Milano , dei trentacinque comuni del circondario che divennero città loro malgrado e qui diventano Outskirts: che grondano storie di periferia e cemento, olio di macchina e smog di quando il Duomo era nero e, oggi, pedaliamo nel silenzio, sospesi in una pestilenza non visibile.

Ma noi siamo i Magi a Pedali.
Ce lo ricorda quello che viene da più lungi, che porta in dono il sonno di tre ore, che augura Buon Natale a ognuno incontri e gli si affianchi. Anche ai cagnolini a un capo del guinzaglio e alle signore all’altro e a signori più seri che rispondono cortesi e ricambiano; così lui, genio ironico e alcolico, alla fine ci crede pure lui.

Siamo così alla vetta del nostro viaggio. Alla grotta ci vogliono un po’ di giorni ancora. Ma la vetta c’è e di lì si vede il panorama del nostro futuro. Nebbia su tutti i lati.

Nondimeno, Monte Stella rimane quello che il nome dice. Monte e astro, lo sappiamo, lo sapete. Quando si giunge in cima a qualcosa, si è sempre felici; i sorrisi si sciolgono, la fatica si dimentica, anche la figuraccia di dover essere sceso di sella e farla a piedi (solo Max, mi pare, in perfetto stile lord del gravel non mette piede a terra, con l’umido che rende ancora meno consistente del solito il fondo, e dico fondo e non terreno, perché quelle sono macerie non terra). La bottiglia del Vov alle 10 del mattino a corroborare diversi giri di Kinder Brioss: bello, questo giallo sole e uovo che sa di estate e luce. Le foto vanno, la bottiglia gira, le immagini sono lì, grigio su grigio ma dentro un po’ di calore, e il tasso alcolemico, chissà.

Via, bisogna andare.
Ciao, al Meazza, ciao al Beccaria e al Lorenteggio. Qui la metropoli si restringe. Corsico, i Navigli, prima il Grande poi il Pavese, dove Milano è più vicina al contado che ci aspetta, di lì a poco. Prima però si scavalca quel ponte in zona ticinese sul Naviglio Grande che pare una Turifell sdraiata. Tutto ferro su ferro, dipinto di un verdino improbabile, altissimo sulla superficie dell’acqua che ci passerebbe sotto una portaerei e sopra un treno merci. È qui che la città si mette le scarpe pesanti, con la pioggia che si dimentica la promessa di prima.

Scarpe pesanti e tacchetti d’acciaio, sul ponte ferroso – il ponte  Richard Ginori – e per spingere sui pedali da fuoristrada, perché dopo Selvanesco (che nome! con dentro una selva magari oscura) Il Gabbo mezzo filosofo inizia a pestare sui pedali. La pista colore del Groviera coi buchi, però pieni d’acqua, diventa un’autostrada con lui in terza corsia e senza freccia. La vecchia bestia metallica e yankee, di alluminio aeronautico, diventa uno pterosauro, un dinosauro volante, spinto da reattori razzi Nasa. Ma non lo fa scattando: procede con progressione all’inizio leggera, salvo poi dimenticarsi del resto del mondo . “E cosa?” mi dico io. “Mica potrò farlo andar via così”. Parto all’inseguimento. Siamo verso Chiaravalle. Tra un rimorso per come sto spronando la biga nuova, tra uno scarto e uno schizzo, tra acqua e fango che dopo tre giorni non avrò finito di rimuovere, lo raggiungo. Fa lo gnorri, l’indiano, l’indifferente, l’amico. Altro che Re Mago. Questo viene dalla bergamasca  a portare la sfida nella terra del Ducato dei Visconti e degli Sforza. Appunto, nel territorio dell’abazia cisterciense e milanesissima. Non passerà.

Ma un tratto d’asfalto e una foratura del buon Paolino, persona dolcissima e affabile, riporta la pace mentre intravedo un monaco con la coda dell’occhio allontanarsi, canti gregoriani in sottofondo.

Altro giro di Kinder Brioss estratti dalla dispensa che Max porta sulla schiena. Niente Vov, però. Ha già dato i suoi frutti.

La ripresa ci trova più freddi e silenziosi, in bicicletta si fatica.

E prima di tornare all’Urbe, appare il castello di Peschiera fermo e sospeso nella bruma come ai tempi dei Carlo e Federico Borromeo. Col fossato, il ponte levatoio, le torri, più rocca e maniero di suoi simili superstiti. “Chi vuole la guerra, oggi?” penso fra me.

Avanti a me ancora la pista color formaggio, anzi cappuccino con poca schiuma: gli pneumatici, dopo una certa sbarra e una cascina, tornano a sfrigolare sulla ghiaia, sul gravel modaiolo. 

Avanti al mio sguardo una nuova pista, con altre buche da scansare, tracce sottili da seguire per aggirare pozze e laghetti; da fare in velocità crescente, accelerando. Magari con qualche saltino, così, innocentemente anche per scaldarsi visto che il fresco c’è.

Vado. Gli, altri sereni compagni di viaggio, si allontanano dalla mia vista. Un’illusione ottica, forse. Il Gabbo è lontano ma aumenta, questa volta con un passo da dinosauro delle argille del cretaceo, che sono la fangazza di oggidì. “Marameo al maramaldo, stavolta non mi becchi” dice una mia voce interiore. E accelero e accelero in un trionfo di spruzzi e fango dalle pozzanghere che non evito più. Ogni tanto la bici scoda, perde aderenza sul retro per un attimo, ma basta spingere ancora di più e torna in equilibrio sebbene io pedali come uno squilibrato. Mani sui corni bassi del manubrio, controllo del mezzo come se la locomotiva “sembrava fosse cosa viva” (cit. Guccini, eh). Ma in realtà sono un uomo-moto. Mi sento un Husqvarna.

Mi salva dalla figuraccia di essere ripreso dall’uomo in groppa al triceratopo la  nuova sbarra di un altro cascinale in fondo alla strada. Io so per certo che non ne avevo più, Il mio vecchio motore era a fondo scale e il contagiri urlava di terrore. Ma la Serenissima non l’ha avuta vinta. L’onore di Sant’Ambrogio è salvo, alla faccia di San Marco.

Esagero? Non so, in questi giorni in cui il Sangue di San Gennaro fatica a liquefarsi, salva me e noi il ritorno alla città, ai sobborghi. Quelli ricchi di Milano 2, ordinati e curati dal dietologo, lasciata Segrate e la Cassanese alle nostre spalle. O ancora, quelli popolari e schietti della Martesana. Torniamo al nostro passo quieto da viaggiatori urbani. Con qualche inquietudine, magari. Tipo quella dei palazzoni enormi e nuovi, mezzo disabitati di via Adriano o quella dell’incerta sorte della Bicocca, delle grandi industrie dismesse. Abitavo da quelle parti, da bambino. Me lo ricorda l’ultimo ponte tra una regione e l’altra della città, tra un quartiere e un altro degli organi pulsanti e vivi di un corpo oggi sonnolento di questa domenica di mezzo lockdown, nello scavalcare viale Fulvio Testi.

Un ultimo tratto nell’ordinato parco Nord, salutato il casalingo velodromo.

Non c’è ancora la capanna, la grotta. Ma i Re Magi Outskirts con le loro facce vissute e un po’ sgonfie le gomme sanno che la strada c’è. Anche se non si vede la cometa. Che è come la nebbia. E quando la nebbia c’è, non vi vede. Baci e abbracci distanziati, ma l’anello è chiuso: una fede nuziale per la Milano che torniamo a sposare.

Giorgio Tomasino

foto Paolo Sacchi – mosaico by Roberto Moscatelli

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Tratturi XX XX

Rispettiamo la Natura

Rispettiamo i DPCM

Quest’anno solo in Private solo se consentito

preserviamoci per un’Edizione Covid-free senza precedenti!

Tracce edizioni 2016 2017 2018 qui

La traccia 2019, la traccia perfetta, sarà utilizzata anche nell’edizione covid-free

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28 giugno ’20 – P.E. MGRAVEL

Paolo Zorloni, Mr singlespeed, è forse il tracciatore più genuino che conosca, ogni volta che presenta un nuovo giro, un evento, una proposta fuori dal comune, si è certi che le sue “pennellate” sono già qualcosa di molto vicino alla perfezione, l’ossessione maniacale al dettaglio, la testardaggine a non cedere a facili raccordi tra segmenti, regalano un’esperienza di altissima qualità, molto spesso impegnativa, non c’è dubbio, ma appagante dal primo all’ultimo metro.

Paolo è anche titolare di Zeta.Bike.Components, produce accessori custom per bikepacking, pignoni dedicati al singlespeed, corone ovali personalizzate in titanio, lavoro e passione per le due ruote.

Conobbi Paolo qualche anno fa quando un amico mi segnalò un evento brianzolo chiamato “100dB”. Lo contattai chiedendo informazioni e, trattandosi di evento dedicato a MTB singlespeed, mi chiese gentilmente di presentarmi solo in sella ad una Mtb con un solo rocchetto sulla ruota libera… sprovvisto, o meglio timoroso, preferii evitare.

Da allora, periodicamente, capita spesso di confrontarmi con lui, ci scambiamo consigli, opinioni, idee… il saldo è spesso a mio favore se devo essere sincero… d’altronde, nella Tratturi Brianzalandia, il tratto all’interno dell’Oasi di Baggero, forse uno dei passaggi più spettacolari dal punto di vista paesaggistico, è stato scopiazzato proprio dalla sua 100dB.

Stranamente non abbiamo mai pedalato insieme, vuoi per impegni sovrapposti, vuoi per scarsa preparazione (la mia) per affrontare degnamente i suoi eventi.

Ho sì percorso parte della traccia 100dB, almeno fino ai piedi degli strappi più impegnativi a ridosso del Colle Brianza ma, (dico) purtroppo, è stato lui il primo a presentarsi e concludere uno dei nostri raduni, la mia Tratturi Brianzalandia edizione 2018….. chiaramente in SingleSpeed.

Ultimamente ci siamo incontrati in abiti casual attorno ad una tavola rotonda per confrontarci su come gestire i nostri raduni/eventi ricercando una formula che tutelasse al meglio noi organizzatori ma, nel contempo, non modificasse la natura degli eventi stessi. Fu interessante per tutti noi e, grazie al contributo prezioso di chi Vi partecipò, in primis il nostro Ciclista/Avvocato Giorgio Tomasino, capimmo che bisognava allinearsi su alcuni passaggi, seppur formali, necessari per poter continuare ad organizzare le nostre uscite. Questo doveva essere il primo di una serie di incontri tra “organizzatori” ma, con la comparsa del Covid-19, tutto è stato rimandato a data da destinarsi…nel frattempo, spazio alle Private Edition!

Dopo tre mesi pieni di inattività, una decina di chili in più, nelle gambe solo alcune uscite degne di nota, mi convinco a contraccambiare la sua partecipazione alla Tratturi affrontando in P.E. la Mgravel.

L’occasione ghiotta domenica scorsa, libera da impegni e senza restrizioni sull’orario di rientro (consapevole che le quanto ore indicate nella presentazione richiamano uno scenario lontano dalle mie possibilità).

Solo, purtroppo solo, anche se a volte ci vuole…

Punto di partenza HQ Zeta Bike Components a Villasanta, raggiunta, ovviamente in bici, utilizzando la ciclabile del Villoresi prima ed attraversando il centro di Monza poi.

Decido di partire all’alba, il momento della giornata che preferisco, così da non trovare traffico e soprattutto per godere dei colori e suoni di Mondo che si sta svegliando…

Pur partendo da una zona industriale, nemmeno un chilometro e ci si trova già con le ruote sulla terra. Il paesaggio cambia subito, ritrovandosi isolati nel verde del Parco della Cascina Cavallera.

In lontananza del Torri Bianche di Vimercate, rimarranno tali visto che la traccia mi spinge verso nord, verso il Parco Agricolo di Nord Est.

Incredibile ma il susseguirsi di segmenti immersi nel verde mi portano sino al 18° chilometro dove, finalmente, incrocio un Bar dove consumare il primo cafferino. Alzando lo sguardo mi accordo di essere al fianco della statale Briantea nel comune di Osnago… pensavo di essere da tutt’altra parte!

Calata caffeina, direzione Nord fissa così da mettere nel mirino il profilo del Santuario in cima a Montevecchia…. Sono quasi certo che bisognerà salirci a breve… Invece, per fortuna o per cattiveria, la traccia mi porta a circumnavigare la collina, esplorando parte del parco del Curone che francamente non conoscevo…

Superati i 33 da Villasanta, mi trovo davanti una rampa conosciuta… il Lissolo! Scappa un piccolo impreco ma il buon Paolo fa sì che lo si pedali solo per pochi metri per poi scomparire nel bosco al di là delle case del paese… pit stop borraccia e si riparte con la speranza di saltarlo….

Si evita il segmento centrale, quello sì, ma poi l’ultimo strappo è inevitabile che sia sulla traccia … amen… sarà il GPM della MGravel unica consolazione per convincersi a soffrire ancora un po’, sperando poi di proseguire su strade meno impegnative ….

In cima al Tetto Brianzolo si prende la via per il segmento sterrato del “Giro del Demonio” così da recuperare Montevecchia dal più classico dei percorsi. La vista è impagabile, se solo fossi passato un paio di ore prima, sono sicuro che si sarebbero intraviste le prime cime dell’Oltrepò.

Al piccolo borgo seconda dose di caffeina e rabbocco borraccia, dai che siamo a buon punto!

Discesa direzione quattro strade? Banale… qui Paolo si inventa una deviazione a mezzacosta sconosciuta ai più, gran bel segmento.

Il rientro è colmo di tratti inediti, strade agricole, passaggi su strade asfaltate che aiutano, a questo punto del giro, a rifiatare e recuperare le energie. Sterrati, singletrack sovraccarichi di colori, sembrano emersi da una tela di Van Gogh!

Ultimo particolare, ad Arcore, la traccia ti costringe a passare attraverso un vicoletto “condominiale” solo ed esclusivamente per evitare di entrare in un cotromano di pochi metri per poi pedalare su un corridoio ciclabile che ti porterà a Villa Borromeo. (questo è quello che intendo quando si parla di ossessione del dettaglio).

La mia P.E. MGravel termina davanti a Villa San Martino, ho un appuntamento a Lissone, per questo abbandono gli ultimi chilometri della traccia per puntare il Parco di Monza e la città della Coppa Agostoni.

87 km in 5 ore pedalate… lo sapevo che le 4 erano pura fantasia per il mio standard…

Sono provato, ho un filo di voce, ho poca fame, biascico non poco, ma dopo tutto, ho comunque un accenno di sorriso un po’ ebete sulla faccia… mi chiedono se va tutto bene?!…. certo che sì, la MGravel mi ha ricaricato da questi ultimi tre mesi di merda!

Bravo Paolo

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Outskirts reloaded

Il periodo “strano” è ormai alle spalle, si spera…

Non sono virologo, ne scienziato, ne medico, quindi evito di dire la mia al riguardo, l’unica certezza è che dopo un lungo periodo di limitazioni, la possibilità di pedalare, magari controvento, magari sotto la pioggia, è talmente forte che per un attimo mi sono dimenticato la mia reale condizione fisica… devastata da 70 giorni di pendolarismo, sofàrismo, letargismo.

Grazie a Simone, un Cusanoboys, pilotato forse dai miei stessi pensieri, mi arriva l’invito di spararci un Outskirts post Covid-19 nella prima domenica “libera”. L’idea è ottima, Outskirts è il giusto compromesso dopo più di due mesi di sostanziale inattività, è anche un’occasione per incontrare una Milano ancora incriccata, una Milano che, se lo vorrà, potrà tornare più bella di prima.

Simone, Davide e Stefano dei Cusanoboys, Roberto, Davide e Demis amici di Cormano sono il gruppo che mi accompagnerà in questa prima pedalata all’aperto, ricalcando una traccia che ancora oggi reputo la più stimolante che abbia mai concepito. Ci diamo appuntamento per le 7:15 al Santuario di Cusano, il ritmo sarà blando, la distanza tra di noi sarà oltremodo rispettata.

La sera prima ricevo un messaggio anche da Giorgio, nostro amico ma soprattutto un CusanoBoys ad Honoris Causa grazie al suo prezioso contributo nella gestione dei nostri eventi Tratturi Brianzalandia e Giro del Demonio, quest’ultimo annullato causa Lock-down.

Il messaggio è breve e recita: – Ciao Max, per Outskirts ci vogliono le scarpe pesanti? Domani, in compagnia del Mosca (Roberto Moscatelli aka Cuore Matto), vorrei spararmi il giro per la prima volta, cosa dici, uso la Rewel in Titanio o è preferibile pedalare sul mio cancello della Decathlon?

Dopo averlo rassicurato che la cosa migliore era pedalare sul cancello, ho cercato di capire se ci si poteva “beccare” da qualche parte luogo il Ring. Purtroppo gli orari non coincidevano.

Questa notizia ha però messo in evidenza che la “Private Edition”, l’idea di mettere a disposizione delle tracce non per mostrare le proprie performance, ma per offrire la possibilità di vivere un’esperienza differente, compatibilmente coi propri ritmi ed impegni, è la miglior formula per coinvolgere più appassionati possibile, eliminando totalmente i vincoli imposti dall’Evento, agonistico o goliardico che sia.

Ad ogni occasione, ascolto con una certa attenzione le opinioni di chi, per la prima volta, conclude il giro, così da raccogliere elementi utili per migliorarne la formula. Questa volta il battesimo è stato celebrato per Stefano ed i tre ragazzi di Cormano. Tutti soddisfatti e piacevolmente colpiti dall’idea di pedalare per oltre 80 chilometri attorno a Milano, pedalando su ogni tipo di terreno e scoprendo nel contempo un città inedita, o meglio tante piccole Milano che insieme formano la grande Metropoli. L’occasione li ha anche aiutati a comprendere meglio la mia idea di libertà su due ruote, zero vincoli, e soprattutto, zero pregiudizi, la vera briscola di queste “bici da corsa con le Vibram”!

Giorgio, anch’egli alla sua prima Outskirts, ha fatto qualcosa di più, ha preferito regalarci un racconto che richiama la Milano di 75 anni fa…

Queste le Sue parole:

“”

Torna la Milano dei sobborghi con tante idee, sensazioni e parole che ci piacerebbe scambiare con chi legge…

Monte Stella – la Montagnetta di San Siro.
Dovevo arrivarci in maniera strana e in età avanzata. Strana, perché salire sino alla vetta è un gioco da ragazzi con la bici giusta. Ma non sono ragazzo, né ho la bici giusta. Non so neppure se sono salito dal percorso migliore. Così, giunge il momento in cui la ruota gira a vuoto. Spingo ancora sui pedali, ma non serve, la gomma non fa presa. Si deve scendere, andare a piedi. Ne prendo atto senza proteste, senza rammarico, nessuna lesione all’orgoglio. Semplicemente, non è possibile. E la giornata, poi, dopo la segregazione oggi è un premio di luce e spettacolo intorno. Sulla pianura e nel cielo.

Cammino, allora, ed è una conferma. Il suolo sotto i piedi non ha consistenza, quasi.

Cede sotto la scarpa. Ha la consistenza della polvere di cemento e calce, di sabbia. Ghiaia fine di fiume, non i sassi della terra in campagna, argillosa. Sono macerie.

Io sto camminando su macerie. Quelle di Milano, sto camminando sulla Milano di prima del ’45. Sulle demolizioni dei bombardamenti, su altre demolizioni magari civili. Ma quella sotto è una città che fu. Una enorme tomba? Magari una piramide, che è poi uno smisurato monumento funebre.

Sotto di me, per decine di metri, le case, i tetti, le pareti, gli androni, i cortili, i ballatoi delle case di ringhiera, i grassi balconi delle case borghesi. E i suoni, i racconti, gli odori e i profumi. Le storie, le chiacchiere, risa e pianti, sorrisi anche furtivi e baci e, sfumato, tutto il resto come nelle pudiche pellicole ante guerra.

La guerra. Quella a San Siro? Quella a Milano (pare che il virus abbia fatto più vittime). Intorno a me, il QT8, quartiere modello voluto subito, dal ’45 in poi perché i milanesi non stanno lì a piangere più di tanto, grazie al talento di Paolo Bottoni, l’architetto urbanista suo progettista, che trasformò macerie accumulate in una vera montagna.

La sera, dopo, a casa nel togliermi le scarpe da mtb scopro quel poco di sabbia che vi è entrata. Le case dei milanesi sono venute con me, mi hanno fatto compagnia per il resto del viaggio. Reliquie minimali, polvere di storie, memorie e testimonianze per ridestare il presente?

Sperèm!

“”

Che dire… è come un gran bel film, ogni volta scopri qualcosa di nuovo, qualcosa che non hai notato la volta prima.

Giorgio mi ha ricordato da dove arriva il Monte Stella, non ci avevo mai riflettuto… questo è il bello di Outskirts.

Max

foto
Giorgio Tomasino – Roberto Moscatelli – Max
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Give me a Mix

… in attesa di scrivere qualcosa di sensato, mi smarco così…

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Gravelness CanalPaddy 69 2020 by Giorgio

12 Gennaio 2020

L’appuntamento che saluta l’anno nuovo, ormai una tradizione, la Gravelness Canal Paddy 69 by Franco Limido aka BluesMan!

report by Giorgio Tomasino aka Tonnoapedali

I tre Tom

La Tom Ritchey Swiss Cross è la bicicletta della leggenda del ciclismo svizzero Thomas Frischknecht.
Per un giorno lo è anche per un terzo Tom: lo scrivente, che per esteso fa Tomasino. Da una vita questo mio cognome diventa nome e soprannome in vari modi. Stavolta però mi torna utile per fare, tra due leggende, Il terzo incomodo.
Non proprio, perché sono davvero comodo sull’esemplare che ho in prova. Meglio: la posizione è comoda per essere questa una bici da Formula 1. Autobiografia vuole che io abbia pedalato sempre su telai di acciaio fin quando Pep Magni, da Baggio, non andò in pensione. Così, questo è un ritorno alla gioventù con l’acciaio puro.

Torno al nichel cromo in lega col molibdeno, all’arte del tagliare, piegare se serve, sgolare, imbastire, saldare a tig, con una cosa preziosa come l’argento, magari ricordando le saldo brasature (e qui, se non sbaglio, ne vedo una alla giunzione tra il tubo verticale e i pendenti obliqui), col fuoco della lancia ardente di un’arte che non si è spenta oltreoceano e qui ha ancora maestri anziani e giovani. Coi colori che si sfumano tra il bianco e il rosso elvetico, o in un nero lucido e pastoso insieme, da notte di luna nuova. Tutti artisti operai, i telaisti. Proletari del ciclismo perché ogni telaio è prole, come un figlio. Esagero? Detto di un prodotto yankee, poi.
Il mio è nero, nero puro, con scritte bianche.

Comodo, ripeto, in sella a una creatura fatta per correre. La provo il sabato prima dell’uso, che ne farò, a Corsico. Nell’area del parco su cui sorgono improbabili reperti di un’industria scomparsa: con i detriti delle antiche vetrerie, a seguito delle bonifiche per il recupero dei terreni, qui le uniche alture che offre la bassa milanese. Venti metri di dislivello, ma rampe o segmenti erbosi degni di ben altri impegni. E io pedalo e questa sale, sale senza fatica, col pignone Sram dietro che sembra una raccolta di 45 giri, monocorona davanti come si addice a una regina. Va su con meno sforzo di quanto grande è la mia sorpresa. Agile e solida insieme. Sovrana delle verdi Highlands del Sud Ovest de Milàn. Interessante, vedremo domenica. Mi mancherebbe il kilt, ma la cornamusa echeggia nel sole nebbioso.

Paddy Cullen invece è irlandese. Allenatore di calcio gaelico. Famoso e amato, tipo Giovanni Trapattoni da Cusano Milanino. A lui sono intitolati più di un Pub: ma il Paddy Culles di Pogliano Milanese è la fucina dove Franco Limido ha forgiato insieme strade, sentieri, single track, strappi e ghiaie sabbiose di fiume per fare la “Gravelness Canal Paddy 69 – 2020 Revisited” vissuta per 120 km. ieri, domenica 12 gennaio.
Tutta fuoristrada, e un po’ fuoriditesta. A mettersi al freddo sottozero una domenica di gennaio basso padano e liquido, un giro fra le acque. Il canale scolmatore, tutte le opere idrauliche a servizio delle acque del Ticino, il canale Villoresi. Pedalare sempre vicino alle acque, o sottointese, quando la terra te ne parla ancora.

La terra. In bici da corsa raspi il bitume. Che non è terra, ma un inerte che te ne separa. Al nostro giro di 130 partenti e passa, si ara pure. C’è ancora fango a tratti e la terra si apre in solchi: cosa crescerà a primavera? I ruotoni da 28 pollici, le coperture “da 40 mm.” ti consentono una discreta semina di fatica. Perché l’idea del Tom posta sulle ruote non è solo quella che per andare ci vogliono i garons (garoni, in inglisc), ma anche che se la spingi nei momenti di crisi, lei ti risponderà generosa da par suo. Fuori dal pantano con due colpi di pedale.
Poi, ti ritrovi uno strappo inatteso (Vigevano nei pressi di una costruzione che ricordava la Centrale Bertini sull’Adda). Ecco, inizi a scalare sullo Sram Rival e sali, sali finché vedi con la coda dell’occhio l’amico dietro che potrebbe raggiungerti e passarti. Nessun problema. Lanciato in un fuorisella alpino e inatteso, quello che temevi non accadrà.

Col cuore nelle orecchie, ancora, con la catena sull’ingranaggio grosso, ancora, vedrai la sommità dello sterrato impennato che ti riporta sulla strada nel lasciare forever la valle del Ticino. Cuore matto, ma di corvino non c’è il ciuffo di Little Tony, ma la metallica teleferica che ti ha fatto scalare quel muro sconnesso. Tom Ritchey (o Tomaso Ricci) are iù mai stato in dis paraggi? no desert, e poche sono le tregue tra un single track e il rischio di un tuffo fuori stagione. Quando non è bosco, sono campi aperti all’infinito di un Oceano Padano e i canali sono arterie o vene contorte e accidentate.
La Tom Ritchey Swiss Cross solca la terra e le acque. Corre nervosa (c’ho messo tanto impegno) su terreni che il terzo Tom non ha mai percorso (da stradista malato di salite) per uscirne indenne, come se fosse ai comandi di una sicura gravel bike, e a tratti sgroppa, galoppa reattiva e pronta come un purosangue. Così che il pilota possa invece sentirsi fantino come se pesasse 20 chili di meno e si chiamasse ancora Tom, ma Frischknecht.

Photo by Michael Tabolsky

Così: grazie a Franco e a Gianluca di Equilibrio Urbano, a Milano, che la bici me l’ha concessa in test e, oggi, gliel’ho dovuta rendere un po’ triste. Attenzione, il Gianluca è un personaggio da conoscere, simpatico e attento al tuo passo pedalatorio, che ti lascia la libertà di non pretendere quello che non ti puoi permettere con la tasca: ma con il desiderio, sì. Come quando ti ha concesso di correre su una bici al top. Grazie, è il minimo.

Franco, con le blue notes della sua Mariner Band alla partenza, ha dato il La (o il Sibemolle) alla giornata. Tanta passione e tanta attenzione nel curare il tracciato affinché fosse sicuro per tutti, così da farsi meritare tra canali di acque lombarde e storioni sornioni lo scorrere di fiumi di birre da tutta Europa. Lo scrivente, due di fila. E forse si sente e si legge ancora l’effetto.

Saluti al Paddy-Gianni Cullen-Trap.

Giorgio

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Tratturi 2K19

foto by Giovanni Pirajno

 

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TRATTURI BRIANZALANDIA 2019

Dall’ultima Tratturi ci siamo imposti di affrontare seriamente l’argomento responsabilità legata ai nostri raduni, quel giorno fu fantastico, tutto filò liscio, ma a fine giornata, quando realizzammo quanta gente c’era in giro, ci convincemmo che qualcosa bisognava inventarsi, la giusta formula per non rischiare oltre il necessario… D’altronde non si può pensare di “svangarla” sempre… anche Dio l’ha presa in saccoccia qualche volta…

Le opzioni quindi erano due: Chiudere, o Evolvere.

Evoluzione. Abbiamo deciso di percorrere la strada più complicata, convinti che sia la VIA giusta per tenere in vita questo movimento spontaneo che va oltre la Tratturi, abbiamo voluto dargli una forma, creare una CHECK-LIST, un modus operandi che tuteli equamente organizzatori & partecipanti.

Il risultato si sintetizza in alcune attività istituzionali obbligatorie da parte di chi organizza, e qualche passaggio burocratico in più per chi ci partecipa.

Da quest’anno quindi qualche regola in più, un on-bording, qualche domanda, un paio di firme, meno anarchica… obbiettivo cambiare per non cambiare!

Come premio Vi promettiamo una Tratturi Brianzalandia indimenticabile, imperdibile, unica!

REGOLAMENTO

Iscrizione obbligatoria (dal 18 novembre). Non sarà possibile partecipare senza aver prima compilato il form presente nel link condiviso sul sito e sui canali social (Instagram & Facebook e qui). Il motivo è molto semplice, lo facciamo nel nostro interesse, Tuo e dei Cusanoboys, patti chiari, amicizia lunga.

Per velocizzare le pratiche di on-bording, la mattina del 1 dicembre, ricordati di consegnarci copia dell’iscrizione (Gratuita) debitamente firmata, senza non potrai partecipare ufficialmente alla Tratturi Brianzalandia.

TRATTURI BRIANZALANDIA non è una Gara, non è una Gravel Race, non è una pedalata ecologica. Si tratta di un’esperienza  legata a doppio filo alle due ruote ed a quella parte di Mondo incastonata tra il Lago di Como e la città di Milano.

Tratturi Brianzalandia è sinonimo di sentieri. Il 75% del tracciato si sviluppa su strade sterrate, sentieri, ciclabili, pavimentazioni in cemento. Ci saranno alcuni tratti su strade a bassa frequenza di traffico, altre ad alta frequenza. In qualsiasi caso, in qualsiasi condizione, il rispetto del CODICE DELLA STRADA è imprescindibile, è parte integrante del regolamento della Tratturi Brianzalandia, chi deliberatamente sceglierà di violarlo, violerà il regolamento stesso della Tratturi Brianzalandia mettendo in pericolo se stesso e chi in quel momento è al suo fianco.

Tratturi Brianzalandia è un esperienza che pretende un certo livello di preparazione. 120 km con più di 1.400 metri di dislivello, tra le 5 e le 7 ore pedalate, fondi stradali per lo più dissestati, salite, strappi, veri e propri Muri, pretendono una condizione fisica adeguata.

Dal momento in cui si lascia la zona del ritrovo si è soli. Non esiste assistenza, non esiste il carro scopa, non esiste alcun numero di emergenza. Sul percorso vi dovrete arrangiare. Per molti questo è ovvio, per tanti potrebbe essere un problema più grosso che pedalare un’intera giornata. Organizzatevi in autonomia se lo ritenete opportuno.

Vige il CODICE DELLA STRADA anche dove le strade non ci sono.

Se devi scegliere tra Strada o Ciclabile, sempre e comunque CICLABILE .

La solidarietà tra simili è nel DNA dei ciclisti, se vedi qualcuno in difficoltà fermati ad aiutarlo, non c’è fretta di terminare, non essendoci una classifica, non rischi di arrivare ultimo, saremo tutti primi!

Ogni iscritto si assume tutti i rischi e responsabilità derivanti dalla partecipazione alla Tratturi. Ne  CusanoboysCC ASD, ne chiunque abbia contribuito alla riuscita dell’evento, è in alcun modo responsabile per la sicurezza ed incolumità dei partecipanti.

Condividi?! Ci vediamo il 1 dicembre 2019. Non sei d’accordo?! Nessun problema, ci becchiamo in giro!

 

CUSANOBOYS CC ASD

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The Ring NeverendinGravel

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Calo il Poker!
dopo Tratturi H2O200 Outskirts… l’Opera Omnia

Con troppo asfalto per essere una Gravel, un anello di 175 km di sentieri, ciclabili, marciapiedi, sottopassi, fango, sabbia millenaria, forse ghiaccio e tanta acqua, spero al fianco e non dal Cielo.
Segmenti che omaggeranno #Gravelness #Topa #GraveldelDuca ma anche #Outskirts con il passaggio sul temibile BaldasBridge.

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Tipo di bicicletta? Gravel, Adventure, Fat, SS, Ebike con sosta per ricarica

#TheRing

Il percorso
34% Terra
66% no Terra, compreso cemento, ciclabili e suoi fratelli.
dislivello inesistente.
95% fuori dal traffico di statali o strade bastarde, al massimo bisognerà attraversarle su rotonde o grazie a semafori.
20 e più, sono le Trattorie lungo l’anello, fermatevi pure, nessuno ci corre dietro.
km 0 a Cusano, ovvio…

ultimo km, identico alla Tratturi, arrivati non appoggiate la bici contro le auto in sosta, qualcuno potrebbe arrabbiarsi!
Cani, forse un paio, forse no…

Il nemico numero uno, il Vento, se ci sarà saranno axx per tutti.

… a mio parere #TheRing è il vero 360° per bici allroad…

Gira a destra, da qualche parte salteremo fuori!

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in Private Edition la traccia qui

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Outskirts Milano Urban Gravel

Con questo posso dire di aver chiuso il cerchio.

Ne ho tracciati di percorsi, ma questo è il più fuori di testa che abbia mai partorito…
…e la cosa bella è che mi piace un sacco!

Un giro senza regole ne schemi, ci trovi tutto, asfalto, sterrato, “GPM”, marciapiedi, scalinate, tangenziali, proprietà private, vicoli tetri dove la notte si consuma tutto tranne che l’Amore, sottopassi di stazioni trasformati in dormitori, posteggi auto adibiti a latrine a cielo aperto, murales che meriterebbero di essere esposti nei musei, ponti pedonali firmati da architetti che meriterebbero di essere esposti al giudizio del popolo, quartieri avveniristici che celano una condanna alla tristezza, un intero arcobaleno di colori ma soprattutto di odori, perché sono proprio gli odori a regalare le sensazioni più forti, qui performance, passo e KOM non esistono, domina la Realtà!

Di proposito Outskirts si snoda lungo quei confini creati dall’Uomo per stabilire ciò che è dentro da ciò che non lo è, una sterile scusa per poter, come sempre, divide e catalogare terre, cose, persone. Non ho contato quante volte si incontra il cartello Milano e Milano sbarrato di rosso, non ho contato quante volte si incontrano capolinea di bus e tram, non ho contato quante volte si passa a fianco di Esselunga edificate tutte uguali.

Ottanta chilometri che vogliono dimostrare che non esiste una sola grande città, ma esistono centinaia di borghi, comunità, Mondi che come uno stormo, uniti formano qualcosa di grande, Milano!
Ottanta chilometri che ribaltano il concetto di giro in bicicletta, esaltando quella strana creatura che oggi fa figo chiamare Gravel, la bici Universale che regala la libertà totale di pedalare ovunque!

Punto di partenza ed arrivo il Velodromo Parco Nord Milano, anello di 400 aperto tutti i giorni grazie al lavoro dei volontari del Team “Dateci Pista”, dove chiunque, basta che si presenti con il casco in testa, può entrare e sentirsi anche solo per un secondo il detentore del record dell’ora, il primo classificato di una classica del nord, ma anche la locomotiva di Berna in terra milanese. Recintato, normato, molto ben custodito, si tratta di una delle poche enclave nell’hinterland meneghina dedicata esclusivamente ai ciclisti.

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Attraverso il Parco Nord le ruote punteranno prima Affori, Bovisa, Villapizzone, poi tra capannoni e stazioni ferroviarie, attraversando uno dei tanti ponti pedonali su una delle grandi arterie della città, si raggiungerà il Gran Premio di giornata, la cima del Monte Stella, qui libera scelta da quale versante puntare la Cima Coppi.

Scesi dalla montagnetta, uno spettacolo di mulares sul perimetro dell’Ippodromo indica la via verso il Parco Trenno. Parco delle Cave, Forze Armate, Giambellino e Laghi di Assago disegnano il lato Ovest del “Ronde”. A Gratosoglio, dopo aver superato il Naviglio Pavese con bici in spalla, è consigliato un coffee break. Vaiano, Chiaravalle, San Giuliano Milanese Triginto raccordati da segmenti di ogni tipo, formano il lato Sud.

Con le cime delle Grigne e Resegone in lontananza, il terzo lato attraversa Robbiano, Peschiera Borromeo, e, come omaggio, si tuffa in un breve tratto della Gravel Del Duca di Daniele, con due sterrati alle porte di Mezzate seguiti dalla ciclabile all’interno dell’Idroscalo. Fuori dal bacino artificiale, svalicando ancora una volta uno dei passaggi pedonali deliranti di protagonismo, Segrate e la passerella all’interno di Milano2. Il confine di via Olgettina coincide con uno dei più grossi depositi Amsa della città a destra e l’ospedale San Raffaele a sinistra, curiosa coincidenza mi viene da dire… a meno 8 km violazione in una proprietà forse privata per agganciare la Martesana sino a viale Padova, Villa San Giovanni, Sesto e di nuovo il Velodromo del Parco Nord, fine della Milano Urban Gravel.

Io l’ho già fatta due volte, ma credo che la rifarò ancora, ancora, ancora… è come un gran bel film, ogni volta scopri qualcosa di nuovo, qualcosa che non hai notato la volta prima.

Consigli? Viverla “de panza”

Bici? Qualunque, anche se con la gravel è l’ideale.

Tempo necessario? Dipende

Difficoltà? Minima

Seguire la traccia? A volte bisogna usare stupefacenti…

Passaggi? se pensi sia improbabile proseguire proprio in quella direzione, pedala! Oltre troverai qualcosa che ti stupirà!

Traccia (rivista sz Idroscalo): Outskirts Milano Urban Gravel

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